Solo una partita e due birre…

Questa è una storia vera.
E’ il racconto se cosi, lo vogliamo chiamare, di un gruppo di ragazzi di trenta anni che hanno in comune due passioni:
“la birra e il Dio calcio”.
Ho sempre giocato a pallone, sempre a livello dilettantistico, diciamo anche parrocchiale. La voglia di correre dietro alla palla non mi è mai mancata.  Non so spiegare bene il perché né il suo fine sociale, ma sentire il vento scivolarmi in faccia mi fa sentire libero di andare con i pensieri dove voglio, anche in mondi fantasiosi. Mi piace buttarmi per terra, usare le mani, gridare, volare in mezzo a qui 7,32 metri, solo per il gusto di andare a deviare una cosa tonda che viaggia a velocità e con traiettorie strane.
Il portiere…quando sei piccolino che si fanno le squadre, sei sempre quello scelto per ultimo, considerato quello che non serve a niente, quello che non sa giocare. Non sei il leader del gruppo, quello che dice: le squadre le faccio io.
Se visto dagli altri anche un “male”…queste le domande che leggi negli occhi degli altri bambini: perché mentre tutti corrono e sudano lui se ne sta bello e beato tra i pali?
Perché si fa la doccia a fine partita se non si stanca? Invece ti accorgi di essere fondamentale.
Ti rendi conto che i tuoi interventi rimangono scolpiti nella mente di tutti: amici e nemici. Sei chiamato poco in causa. Non puoi permetterti il lusso di sbagliare, perché da un tuo errore si decide l’esito di una battaglia. Tu difendi quei metri, non devi permettere a nessuno di oltrepassare quel confine che si chiama linea di porta e per evitarglielo devi danzare. La musica non ha sempre la stessa armonia. Varia, cambia di timbro e tu devi essere lì pronto a interpretarla. Quando hai imparato a seguirla, allora viene tutto più naturale: i movimenti, le valutazioni delle traiettorie, gli interventi, ti accorgi anche di essere diventato più bravo nel ballare. Cosi sono chiamato un settembre di un anno fa da un mio carissimo amico. Era da un po’ che non lo sentivo, ci incontriamo e siamo felici nel vedere che i nostri trentuno anni non ci hanno cambiato molto. M’invita a conoscere la sua squadra di calcio, mi dice che stanno cercano un portiere per un torneo, perché quello che hanno non da molta sicurezza. Cosi accetto. Sono entusiasta all’idea di giocare. La zona è situata nella periferia nord di Roma. La prima occhiata è per il campo. Non è il campo di quarta generazione, questo è all’antica; in terra. Ci sono dei piccoli sassolini che quando ti tuffi per andare a prendere un pallone all’angolino, ti lasciano il segno sulla pelle come se fossero tatuaggi effettuati con il metodo tradizionale Maori. Immagino subito che saranno partite dure e polverose .Mi presentano alla squadra, loro si chiamano Tori Rossi e giocano con la maglietta ufficiale dell’AS Roma. M’innamoro subito. Incrocio i loro sguardi, noto che non hanno  una grossissima fiducia in me. Penso anche però che se mi hanno cercato, l’altro portiere non sarà il massimo,  Mando via questo pensiero molto egoistico e mi reco verso lo spogliatoio. Mi avvicino alla panca, butto la borsa a terra e sento subito dire: la panca è tutta occupata- penso che possa cambiarmi anche appoggiando la mia roba a una sedia. Prendo una sedia e anche in questo caso sento dire:- maschio le sedie sono tutte occupate- allora con tono deciso, esprimo un concetto: secondo voi, dove mi posso cambiare? La squadra serena risponde: da solo nell’altro spogliatoio……è giusto così. Sono regole non scritte, di un rito d’iniziazione. Non puoi entrare subito in uno spogliatoio e fare come vuoi. Lo spogliatoio è un pochino come una caserma, dove gli opliti si preparano per scendere in battaglia. Ognuno ha bisogno dei suoi spazi e tempi, un novellino può solamente abbassare il morale della truppa. Avrò il mio posto ma come esige la democrazia, dovrò conquistarmelo. Sento dall’altro spogliatoio le urla dei soldati che si preparano, s’incitano, discutono come vincere. Loro si conoscono da molto tempo, hanno combattuto molte battaglie insieme, i loro movimenti sono coordinati. Tutta la falange è compatta, combattono come un sol uomo .Il campionato inizia e le prime scorribande sono molto veloci. Siamo molto forti e tecnici, giochiamo semplice alla mano, passaggi rapidi e corti…
Noto con piacere che attiriamo una discreta quantità di pubblico. Soprattutto due ragazze; Marta e Laura. Marta è molto bella bionda con gli occhi verdi e soprattutto esulta con grazia. Riesco subito a conoscerla. È scontato però che passo il mio tempo nelle retrovie. Scalpito dalla voglia di affondare il fendente nella carne avversaria. Purtroppo devo frenare i miei impeti e risparmiare l’energia per quando sarò chiamato in causa. Passano tre partite ed io sempre lì ad aspettare. Ti frega la cultura classica a pallone. Dalla panchina io vedevo i miei eroi: Agamennone, Menelao, tutti schierati sul campo di battaglia contro quei figli di Troia. Finalmente alla quarta arriva il mio momento. L’altro portiere  si fa male seriamente; il ginocchio si gira. Entro e prendo subito possesso della falange estrema. Impartisco ordini, direttive, vedo che i miei compagni mi seguono, si fidano di me.  Posso tornare a danzare tra i pali. I miei compagni rimangono sbalorditi della mia foga, il pubblico approva e applaude. Con meriti sul campo sono stato accettato dalla squadra, ho una panca ed una sedia insieme con loro. Arriviamo alla semifinale contro una squadra che si dice sia la più forte di tutte: i Diavoli Verdi. Ci prepariamo nel nostro spogliatoio. Sempre gli stessi movimenti per vestirsi, gli stessi indumenti. Si crede portino fortuna. Fuori piove, il campo se così si può chiamare è un pantano. Noto che sugli spalti ci sono una settantina di spettatori, quarantacinque secondo la questura. Vedo che c’è anche Marta, la saluto e lei mi manda un bacio. Schierati  al centro del campo di battaglia, Diavoli Verdi contro Tori Rossi…
Diavoli Verdi contro Tori Rossi… Penso! La rievocazione della battaglia di Cassino? Penso anche che noi fortunatamente non apparteniamo ideologicamente a nessuno di quei due schieramenti che si affrontarono nel 1943. Mentre m’incammino verso la porta che devo difendere, ripenso a questo piccolo corso e ricorso storico e mi accorgo che sono sotto la curva avversaria. Subito insulti partono verso la mia persona e il mio ruolo. Mischiati alla pioggia battente, sono parole che fanno male. Faccio finta di non sentirli. Mi concentro. La partita comincia, i due schieramenti si studiano per circa venti minuti, poi all’improvviso una palla innocua verso di me. Mi abbasso per raccoglierla. Penso! È la stessa danza che ha fatto milioni di volte.  Questa volta è diverso. La palla sottovalutata e offesa per questo, con il terreno bagnato mi scivola dalle mani…goal. Ho commesso un errore banale, ho portato in svantaggio la mia squadra, ho deluso i miei compagni e tutto questo l’ho fatto davanti agli occhi di Marta. Sono scoraggiato. Insulti pesanti piovono dagli spalti: portiere sei una schiappa… ahahahahah  hai spaperato, portiere cambia sport gioca a boccette. Questo mi colpisce a morte. La falange estrema è caduta. I miei compagni si accorgono del mio stato d animo e vengono a rincuorarmi. Fortunatamente il nostro capitano pareggia subito con un impetuoso colpo di testa. 1-1 palla al centro. Il mio riscatto arriva presto, inizio secondo tempo.  Francesco atterra in area un avversario. Arbitro fischia: rigore. Penso è finita, è finita, è finita…se lo paro, ce la possiamo ancora fare ma se segna, è finita, è finita. Mentre mi avvicino alla linea di porta, noto che il tiratore è un destro, quindi se non mi fa una finta, per sua natura, tirerà alla mia destra.
Io mancino D.O.C.: ho l’emisfero celebrale destro più sviluppato, quindi mi è più naturale buttarmi alla mia destra. Ci guardiamo negli occhi per un tempo infinito. Precisi gli ordini, sudore e rabbia. Facce scudi da opliti, odio di dentro come una scabbia si può percepire dai nostri sguardi. Sarà un duello senza esclusioni di colpi. Poi distolgo lo sguardo verso sinistra. Dagli spalti vedo poco più lontano, un pensionato e un vecchio cane, che guardavano un aeroplano, che lento andava macchiando il mare. Si rompe il tempo e l’attimo. Per un istante resta sospeso. L’arbitro fischia. L’avversario tira sulla mia destra, il tiro è potente ma non tanto angolato. Colpo di reni, allungo il braccio e devio il pallone in angolo….siamo ancora in ballo…Dopo il rigore parato prendiamo coraggio, giochiamo bene ma non riusciamo a concludere. È incredibile abbiamo più fiato ma non riusciamo a muoverci, ci hanno chiuso in una gabbia. 89”….a un certo punto la nostra ala destra: Gianluca fa la cosa più stupida che si possa fare da centrocampo: prende la palla e tira. Tutti pensano che sia impazzito, anche perché Gianluca non ha il piede fatato. Però la palla con il campo in quelle condizioni rimbalza sul tre quarti e prende una traiettoria strana. Ribalzando acquista forza e s’impenna. È un pallonetto, è goal. Bravo Gianluca Bravo –ma nooo niente- ma come niente io i falsi modesti li parerei vivi! Bravo Gianluca Bravo. L’arbitro guarda il cronometro, siamo in finale. Nello spogliatoio infialiamo a Gianluca il corriere dello sport acceso fra le gambe, e lui corre tutto intorno gridando: fiamma olimpica, fiamma olimpica, fiamma olimpica, finche non entra nella doccia. L’acqua della doccia è gelida, fuori piove tiepido. Marta e Laura ci aspettano. Ehhhh digli di venire dentro! Perché? Si bagnano fuori! Si bagnano ma si salvano! Vestitevi, andiamo al Pub di Andrea a festeggiare l’accesso in finale.
Il pub lo sconosco bene, ci ho lavorato sette anni, per tutta l’ università. È molto carino e tranquillo, si chiama mcqueen ed è situato in via Aurelia 77.
Ci dirigiamo verso il pub, siamo tanta gente, abbiamo voglia di bere bene e mangiare, volgiamo ridere e scherzare insieme agli amici. Al Mcqueen ci sono birre di gran classe……c’è anche la Gorgona del birrificio Policarpo. Quanto è buona! Sarà la sete post partita, sarà l’ora ma la Gorgona scende giù che è un piacere. Chiara doppio malto fruttata, alta fermentazione, cruda (non pastorizzata), Gradi alcolici 7,5% vol. Colore oro carico con riflessi quasi mielati che ne fanno indovinare i toni fruttati.
Questa birra è una grande espressione delle crude italiane, ideale per passare una buona serata e dire stasera ho bevuto una grande cruda.
Niente quella sera non c’è stato verso di accompagnare Marta da solo a casa. Tutta la squadra i Tori Rossi insieme… Ma non ci sono i tifosi avversari  che ci fanno gli agguati! Ehhhhh non si sa mai…….grazie! veri compagni. Cosi accompagnate le ragazze, ognuno di noi non voleva essere riportato per primo a casa, perché non si sa mai! Alle due di notte ci siamo ritrovati in piazza Eugenio Morelli quartiere portuense, a bere peroni gran riserva al chiosco di Mario.
A un certo punto abbiamo avuto un incontro ravvicinato con una pantegana fuori ordinanza, che secondo il nostro capitano era un nuovo pallone da calcio peloso. Secondo altri no, così abbiamo usato il metodo galileiano d’indagine per accurarlo. Ancora oggi la pantagena si chiede cosa volessero quegli undici pazzi che per quarantacinque minuti regolamentari l’hanno inseguita al grido di: pallone fermati. Finché infilatasi in un tombino, li ha sentiti discutere per altri quarantacinque minuti se si trattasse di autogoal oppure no. Quella serata è finita cosi. In finale ci siamo andati . Non vi sto raccontando com’è andata a finire. Anche Marta da quel giorno non è riuscita più a vederla. Ci rimane il ricordo però di un gruppo di amici che hanno coltivato insieme una passione per una palla tonda. Il solo scopo di divertirsi e di correre ci ha portati fino in finale. Non porta nessuna gloria né denaro, ma ci siamo arrivati. Sempre insieme siamo riusciti ad assaggiare una birra buonissima: la Birra Gorgona del Birrifici Policarpo. Il calcio è anche questo: ricordi, passioni, bevute, serate indimenticabili che non rivivrai mai più. Sei consapevole di questo e pensi: ne è valsa la pena? Direi proprio di sì. Se passate da Roma andate a visitare il pub, magari ci trovate anche i Tori Rossi a sorseggiare una buona birra.

Testi e Foto di Claudio Sargentini

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