Usain Bolt

L’uomo più veloce del Pianeta…

Il 21 agosto 2016 non è stato solo il giorno di chiusura dei Giochi olimpici di Rio de Janeiro ma anche il giorno del 30 esimo compleanno del velocista giamaicano, Usain Bolt, l’uomo più veloce dell’intero globo terreste. Mai compleanno si è potuto festeggiare in modo più festoso. E’ stato un “happening collettivo” che non ha riguardato solo l’atleta dell’isola caraibica ma tutti gli appassionati sportivi, di ogni estrazione, ceto, colore, nazionalità. Durante le XXXII Olimpiadi moderne l’intero Brasile si è letteralmente “consegnato” al formidabile “sprinter giamaicano” : era il personaggio più atteso e non ha deluso. 

Diventando leggenda. 

Mai prima di Usain Bolt un’atleta della velocità – ossia coloro che corrono i 100&200 Metri – sono riusciti nell’impresa di vincere per tre olimpiadi di seguito la medaglia d’oro – come invece ha saputo fare il giamaicano a Pechino 2008, Londra 2012 e a Rio 2016. 

Le origini



Usain St. Leo Bolt (Sherwood Content Trelaway 21 agosto 1986) : 

è un velocista giamaicano. 

Nasce nella parrocchia di Trelaway, una delle 14 suddivisioni della Giamaica con capoluogo Fremouth. Cresce a Sherwood Content, un villaggio di circa un migliaio di abitanti. 

La carriera: le vittorie e l’importanza per l’Atletica leggera del “personaggio Bolt”.
Sin da quando era un giovanissimo atleta, in Giamaica, si accorsero della sua enorme classe e “facilità di corsa” che gli ha sempre permesso di dominare letteralmente i suoi avversari in pista. 

Tuttavia, Usain Bolt ha dovuto lavorare duramente per disciplinare la sua esplosività, quella prorompente “superiorità atletica” che lo ha portato a scrivere la storia dell’atletica leggera moderna e della velocità. 

Ma era tutto scritto gia nel suo nome : infatti “bolt”, può essere tradotto con i termini “freccia” o “fulmine” (lightning). 

Dopo aver ottenuto il Record Mondiale a New York durante una gara preceduta da un forte temporale, la stampa coniò vari giochi di parole per descrivere la sua straordinaria velocità che, in gara, lo porta a essere assolutamente superiore nei confronti dei suoi avversari. Fu in quella occasione che prese a circolare l’espressione (apprezzata da tutti i fan del giamaicano sparsi nei quattro angoli del globo terrestre) “Lightning Bolt (Fulmine Bolt)”. 

Questo modo di descrivere lo sprinter dell’isola caraibica rende bene l’idea di ciò che sia Usain Bolt : il “velocista più grande di tutti i tempi“. 

Non ci sono dubbi. 

Le sue gare sono emozione pura che appassiona milioni di sportivi in tutto il mondo : ma, l’importanza di un personaggio come il giamaicano è stata fondamentale anche per veicolare l’atletica leggera e il suo mondo fuori dagli steccati delle ombre del doping, sebbene, proprio Bolt e la Federazione Atletica della Giamaica, siano stati “molto chiacchierati” per via di alcuni tesserati coinvolti in alcune vicende della piaga doping, il nemico assoluto di ogni sport e, dell’Atletica in particolare. E’ su questo specifico argomento che, le “vittorie straripanti” di Bolt, sono state prese di mira dai suoi innumerevoli detrattori – uno su tutti il grande Carl Lewis, americano, l’atleta che prima dell’era Bolt  aveva saputo “catturare” l’immaginario collettivo attorno alle sue meravigliose vittorie – ma, nonostante queste infamanti accuse, lo sprinter giamaicano non è mai stato trovato positivo. A mettere le cose in chiaro, è stata l’affermazione ufficiale dello stesso presidente IAAF, Lamin Diack.

Usain Bolt è un personaggio inedito per l’Atletica : il suo stile improntato alla ricerca dello spettacolo – anche e sopratutto nei momenti e nei giorni che precedono le gare – ha portato una ventata di aria nuova nel mondo troppo ripetitivo dell’Atletica leggera. Prima di lui, non era mai esistito un personaggio mediatico di questo sport. Nessuno aveva avuto quella naturale propensione a essere “personaggio” : a tutto vantaggio dell’intero movimento. 

Con Usain Bolt, si sono aperti spazi e, non solo nel variegato mondo degli sponsor – che del resto sono sempre esistiti – . Il fatto è che Usain Bolt sarebbe “il personaggio” anche lontano dalle piste d’atletica e, in questi anni, sono state tante le occasioni in cui il giamaicano si è dilettato nei suoi innumerevoli hobby : 

Usain il Dj…

Usain il calciatore (a Manchester, sponda United – la squadra per cui lo sprinter fa il tifo – hanno avuto modo di osservarlo nei panni di giocatore e, molti dei presenti giurano che, se volesse, Usain Bolt saprebbe fare la differenza anche in un rettangolo verde, da calcio… 

E del resto, proprio in quella famosa giornata di alcuni anni fa, a ridosso della preparazione per i Giochi olimpici di Londra 2012 – naturalmente vinti – disse che gli sarebbe piaciuto vedersi nei panni del calciatore, una volta tolti quello del velocista), Usain il ballerino. Il segreto forse risiede nel fatto che, essendo nato nell’isola caraibica, il suo carattere lo porta a essere spensierato, rilassato. In una parola caraibico : improntato sempre all’ottimismo. Ma Bolt non è solo questo. E’ cosciente di rappresentare uno dei popoli che, nel passato (ma anche nel presente) ha vissuto momenti terribili. Il giamaicano non dimentica mai che le sue vittorie sono importanti per la Giamaica e per tutti coloro che vivono condizioni di vita precarie, sempre a contato con abusi di potere. Non ha mai dimenticato di essere “nero” e, che questa condizione, nel mondo, ancora oggi, vuol dire vivere in condizioni disumane, a contato con i soprusi e le schiavitù, nel sistematico calpestare dei diritti umani. 

Per questa ragione non ha mai fallito un appuntamento che si sia trattato di Olimpiadi o Mondiali per lui il risultato è sempre lo stesso : 

il più veloce di tutti, il più forte di tutti. Il primo.
E’ l’unico atleta ad aver vinto la nedaglia d’oro in tre Olimpiadi consecutive nei 100&200M e nella 4x100M con la staffetta della Giamaica. Detiene i primati mondiali, stabiliti ai Mondiali di Berlino 2009 (nei 100&200M) e quelli dei Giochi olimpici di Londra 2002 (4x100M).   

L’ultima Olimpiade a Rio de Janeiro

Ai recenti giochi di Rio 2016 tutti lo attendevano al varco e, in cuor loro speravano che lo sprinter giamaicano fosse battibile per gli altri atleti che correvano nelle distanze della “velocità pura” – come i tecnici chiamano le distanze dei 100 e dei 200 metri -. Ad alimentare questa possibilità era stata la notizia di un infortunio dell’atleta giamaicano durante i trials (ossia la selezione da superare per poter rappresentare il paese caraibico ai vari giochi olimpici, sull’esempio di quanto avviene da sempre negli Stati Uniti, un modo questo, per avere un’alta competitività nella composizione dele nazionali di atletica leggera n.d.t). In quella gara l’infortunio non permise a Bolt di terminare la gara e sopratutto la selezione. 

Un disastro : l’intero mondo con il fiato sospeso. Sarebbe stato atroce se, Rio 2016 avesse perso il personaggio più atteso prima ancora di cominciare. Per sciogliere l’arcano si dovette attendere un meeting di atletica a Londra dove, Usain Bolt fu presente, gareggiò e vinse. 

Pericolo scongiurato.

A Rio de Janeiro, il giamaicano ha subito stretto un naturale feeling con i brasiliani sia in pista sia fuori dalla pista. L’unico neo – che comunque deve essere costato tantissimo al fuoriclasse della velocità pura giamaicana – è stato quello di non essere riuscito a migliorare i record – che comunque gli appartengono – sia nei 100 che nei 200 M e, ovviamente nella 4×100 M, la formidabile staffetta giamaicana che grazie a Bolt domina incontrastata da anni. 

Al termine della gara che ha sancito l’ennesima vittoria della staffetta 4x100M – in pratica l’ultima gara di Bolt ai Giochi olimpici tutto lo stadio della città carioca ha tributato un ovazione lunghissima al campione dell’isola caraibica. E’ stato il modo dei brasiliani di ringraziarlo anche se tutti, nell’animo erano un po’ tristi per la conferma del ritiro di Bolt, almeno per quanto riguarda le Olimpiadi. 

Con parole semplici ma dirette il formidabile sprinter ha fatto sapere che alla soglia dei 30 anni, non è possibile che sia ancora qui a Tokyo 2020, quando di anni ne avrà 34, troppi per un velocista anche se della sua caratura.

E’ finita con un trionfo che lo ha reso per sempre leggenda. 

Le frasi celebri di Usain Bolt : “Io sono leggenda
Il suo nome rimarrà per sempre inciso nella storia delle Olimpiadi moderne per essere stato in grado di vincere per tre volte consecutive ma, al di là di questo aspetto fondamentale, “Lightning Bolt” avrà sempre un posto di riguardo nei pensieri e nella memoria dei suoi milioni di fan in tutto il mondo : a corollario di questa storia leggendaria, per inquadrare meglio il personaggio, abbiamo selezionato alcune storiche frasi di Usain Bolt, frasi e pensieri che spaziano tra diversi argomenti.
-Usain Bolt invincibile

Nessuno mi può battere, sono il migliore atleta al mondo, e mi piace“.  

Usain Bolt indimenticato

“Quando si parla di grandi ti ricordi di Muhammad Alì, Michael Jordan o Pelè : io voglio fare parte di questa cerchia. Voglio essere così grande da non essere dimenticato”.

Usain Bolt e la velocità

“Il mio tempo sui 100M era previsto dai fisici e statistici americani per il 2030. Sono in anticipo di 22 anni? Bene, non mi pongo limiti”.
-Usain Bolt e le polemiche sul doping

“Vorrei dire qualcosa a Carl Lewis : ho perso ogni rispetto per lui. Il doping è una cosa seria e avanzare dubbi su un atleta mi fa davvero  rabbia. Penso voglia attirare l’attenzione su di lui”. 
-Usain Bolt e la passione per il calcio

“Quando smetterò con l’atletica vorrei giocare a calcio da professionista. Anche soltanto per una stagione”.
-Usain Bolt e le donne

“E’ molto difficile perché le ragazze si gettano letteralmente su di me. I giornali le incoraggiano e per me è molto difficile dire di no”.
-Rio 2016 : le frasi di Usain Bolt
Durante lo svolgimento delle gare per la XXXII Olimpiade che è andata in scena solo poche settimane fa nella città carioca, lo sprinter giamaicano, tra una gara e l’altra, non ha mai fatto mancare le sue impressioni alla stampa : qui di seguito ne abbiamo scelto solo alcune ma che ben rappresentano il suo essere personaggio leggendario. 
-Usain Bolt e l’importanza delle sue vittorie per lo sport

“Lo sport ha bisgogno delle mie vittorie. Ci vorrà molto tempo prima che qualcuno con un talento pari al mio infranga i miei record”.
-Usain Bolt e la sua assenza alla cerimonia inagurale di Rio 2016

“Non sono andato alla cerimonia inagurale perché avevo perso il pulmann. E poi mi è presa la pigrizia.
-Usain Bolt e il villaggio olimpico

“Qui finora mi trovo benissimo. L’unico problema al villaggio è che ho dovuto comprare un televisore. Asafa (Pawell, n.d.r) ne aveva bisogno e io sono un bravo compagno di stanza”. 
(Fonte.:sports-reference;repubblica;telegraph;oglobo;elpais;lemonde)

Scritto da Bob Fabiani

Link

-www.sports-reference.com;

-www.usainbolt.com;

-www.iaaf.org;

-www.olympic.org  

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Foto fonte: Wikipedia.

Giamaica…

Reggae, musica e voce degli oppressi. 

Anima critica della Giamaica.

Il Reggae nasce in Giamaica nella seconda metà degli anni ’60, discendente dello Ska per poi svilupparsi in modo proprio come “leggera” variante del Rocksteady e, a sua volta andava fondendosi con la musica popolare giamaicana : Mento, Calypso ma gli “influssi”decisivi del Reggae quelli, che riuscirono a renderlo del tutto irresistibile furono il R&B e il Soul. Fu l’arrivo di Bob Marley e del suo magistrale gruppo, i Wailers, a cambiare totalmente il suo decorso sia sotto l’aspetto musicale e ritmico, diffondendolo come vero e proprio culto.

La storia  e le origini del Reggae erano definitivamente cambiate. Per sempre.

-Rivoluzione Rocksteady

Nei tardi anni ’60 i giovani protagonisti della musica giamaicana sentivano il bisogno e la necessità di apportare una radicale trasformazione alla musica dell’isola caraibica.

La rivoluzione fu totale e partì proprio dallo Ska. 

Il Rocksteady era – in tutti e per tutto – una costola di questo genere musicale e, se volessimo semplificare il lavoro di Marley&Co., potremmo dire che, il Rocksteady risultava essere uno “Ska rallentato per metà” : con la cassa della batteria sulla terza battuta come era caratterizzante nello stile “One Drop” (ossia, lo stile di batteria usato nel Reggae dove, il rullante e la cassa battono solo nel terzo movimento su un ritmo di 4/4), questo comportò un arretramento del trombone, del sassofono e di tutti i “fiati” che vennero lasciati in secondo piano per lasciare spazio al piano, e allo stesso tempo attribuiva al basso, un ruolo predominante. Bisogna sottolineare che, in quel primo periodo, nel Rocksteady veniva usata la “kalimba”, uno strumento a percussione tipicamente caraibico costruito da parti di metallo. Fu la variante che deputava un ruolo principale alla ritnica, quindi al basso e alla batteria.

Molti addetti ai lavori al pari di altrettanti giornalisti fanno risalire il genere musicale a un brano intitolato “The Rock Steady” di Alton Ellis, cantante reggae all’epoca popolarissimo in Giamaica. Tuttavia, il genere musicale nacque più precisamenteintorno al 1966 quando giunse un’estate particolarmente calda anche per le abitudini dei giamaicani, i quali cominciarono a lamentarsi del troppo sudare ballondo questa musica veloce e scatanata (quale era lo Ska).

Quindi fu una necessità quella che poi portò alla totale rivoluzione dei musicisti giamaicani del nuovo corso. Leggende metropolitane forse, ma, con un fondo di verità.

All’epoca in tutta l’isola caraibica esistevano poche possibilità per i cantanti che si erano prefessati, a tutti i costi, di emergere per poi diventare dei professionisti veri, rispettati da tutti (sia dagli addetti ai lavori sia dal pubblico). Bisognava avere la faccia tosta e una buona dose di coraggio per proporre le proprie canzoni ai Dj, i veri e indiscussi “padroni” dei “Sound System”.

I Sound System erano dei veri e propri raduni musicali capaci di andare avanti per ore e ore, per tutta la notte. Senza fermarsi mai. Erano i Dj che potevano tributare il successo o l’insuccesso di un cantante. Esisteno miriadi di leggende intorno a queste figure – assolutamente centrali per la diffusione della musica in Giamaica dal momento che, i maggiori fruitori di musica erano anche quella parte della società giamaicana meno abbiente e certamente più povera – che, prima che il Reggae diventasse popolare in tutto il mondo, avevano facoltà, non solo di indirizzare la carriera artistica dei cantanti ma, in sostanza di decidere il loro futuro.

Tuttavia se i Dj erano fondamentali per gli artisti, a loro volta, il pubblico risultava essere decisivo per decretare il successo o il fallimento di un Sound System : per questa ragione, la lamentela del pubblico in quella torrida estate del 1966 venne accolta dai Dj inziando a proporre “musica più rallentata”. Consapevoli o no che fossero, con questa decisione diedero il via alla rivoluzione che poi sfociò nel Reggae.
A differenza dello Ska, i testi del rocksteady furono completamente stravolti. Divennero socialmente e politicamente più maturi segnado così, un’altra traccia indelebile che, di lì a poco venne raccolta e ampliata dal Reggae.

Dal punto di vista musicale, le sonorità erano interamente basate sulle armonie vocali grazie a gruppi come The Heptones, The Gaylads, The Dominoes, Desmond Dekker and The Aces, e The Wailers. Altri nomi di spicco del Rocksteady erano quelli di artisti del calibro di Alton Ellis e Ken Boothe.

Il più grande successo del Rocksteady fu firmato da Desmond Dekker con il brano “007 Shanty Town”.

Fu una breve stagione.

Nonostante questo però risultò fondamentale per fare da trampolino di lancio al Reggae. 

Molti addetti ai lavori giurano che questa stagione si concluse già alla fine del 1967, ma una cosa è certa : essa non morì del tutto; anzi ebbe la capacità di evolversi nel genere conosciuto con il nome di Reggae, una musica che seppe conquistare tutti e quattro gli anogoli del globo terrestre.
-L’era Early Reggae

I produttori principali della musica giamaicana, fino a quel momento, sia durante lo Ska sia nell’epoca del Rocksteady erano sostanzialmente tre : Coxsone Dodd, Duke Reid e Prince Buster.  Dominavano il “music business” dell’isola caraibica da sempre e, prima di allora nessuno aveva avuto l’ardire di mettere in discussione quel regno ma, una rivoluzione per essere tale deve cambiare dalla base, dalle fondamenta e, complice l’arrivo alle porte degli anni Settanta, molti, dall’interno del circuito della musica giamaicana notò che, non servivano particolari capacità per intraprendere l’attività di produttore, ma una buona disponibilità economica. Tuttavia, il passo decisivo fu l’interesse per l’innovazione della musica : e questo potevano apportarlo, svilupparlo, inventarlo, in modo rivoluzionario, solo i musicisti.
Il Reggae rispetto alla musica Rock, ha invertito principalmente il ruolo del basso e della chitarra : nella musica giamaicana è il basso che predomina rispetto alla chitarra, che è sempre presente ma in modo meno incisivo. Se si presta attenzione a una delle prime sessioni di registrazione, ci si accorge dell’uso dell’organo e la chitarra ritmica per creare un nuovo sound. Il nuovo genere presentava un ritmo più sincopato e molto più convulso e ossessivo, tipico in un certo qual senso di molta musica africana.

Era nato un “new sound” che venne chiamato “Early Reggae” – chiamato in questo modo in seguito per distinguerlo da altre forme successive – aveva molteplici sfumature che lo caratterizzavano tali, da richiamare l’interesse di molti giamaicani : naturalmente possedeva le sonorità tipiche dello Ska e del Rocksteady ma, erano presenti forti influenze Soul e, in più, l’introduzione degli organi e delle chitarre. Il tutto veniva amalgamato da veriegati e originali “giri armonici”. A volte potevano essere sia note cupe e malinconiche che, tipica derivazione del cosiddetto “Rude Boy Sound”, sia tonalità calde e piene, quasi volessero “rimbombare” nei solchi degli ellepì e negli impianti stereo dei ragazzi bianchi che ascoltavono quelle note pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza dalla Giamaica che, nel frattempo diventava popolarissima nel cosiddetto “primo mondo”, civilizzato, europeo e americano.
-Origini del nome
Le origini del termine Reggae lo si deve ai Toots and The Maytals quando, nel 1968 incisero il brano “Do the Reggae”. Prima di allora il termine “reggay” era usato per descrivere una danza in voga in Giamaica. Tuttavia, il termine reggae può essere usato genericamente per definire i diversi tipi di musica giamaicana, tra cui ska, rocksteady e alcuni sottogeneri come il Dub, Dancehall e Ragga.

Intorno all’origine del nome ci sono in realtà diverse versioni.

Molti ritengono che derivi da “Ragga”, il nome di una lingua parlata dall’antica civiltà Bantu, che viveva davanti al Lago Tanganica, in Africa.  Altri ancora credono che significhi una storpiatura di “streggae”, che nello slang di Kingston è sinonimo di prostituta. Secondo Bob Marley, la parola è di origine spagnola e significa “la musica dei Re”.

Altro parere del tutto particolare è quello ascritto a Alton Ellis, secondo il cantante, il termine nacque dal fatto che la chitarra suonava in modo simile alla parola ‘re-ggae, re-ggae’ (imitando la lenta chitarra ritmica del Reggae).  Il chitarrista del grande gruppo Ska giamaicano, The Skatalites, Hux Brown un giorno disse, a proposito delle origini del nome : “era solo per scherzare, una presa in giro sul fatto che significasse un ritmo grezzo o rozzo (“ragged” rythm) e un’intesa del corpo”.
-I gruppi
Prima dell’esplosione del reggae a livello planetario, la storia della musica popolare giamaicana è popolata  dall’esistenza di gruppi – essenzialmente vocali – ma fondamentali, in un secondo tempo, per la rivoluzione musicale dell’isola caraibica.  E’ la storia di gruppi come i The Maytals, composti da Toots Hibbele, Jerry McCarthy e Raleich Gordon. Furono tra gli alfieri del Rocksteady e oltre al già citato storico brano “Do the Reggay” incisero un altro formidabile brano “54-46”. Il loro più grande successo, capace, di sancire anche la fine dell’era rocksteady.  Il suono dei Maytals era caratterizzato dal connubio Gospel/Roots mentre, un’altro storico gruppo giamaicano, i The Pioneers puntarono tutto sul Roots.

Un discorso a parte lo merita il sound dei The Melodians.

Questo gruppo, a differenza di moltri altri; non miscelò tutta la caratteristica della propria musica in un unico disco e, per questa ragione, per lunghe stagioni reperire il loro materiale fu impresa quasi proibitiva. Si dovette attendere il 1980, quando finalmente, la Island Records (la stessa di Bob Marley&The Wailers) diede alle stampe la loro raccolta “Sweet Sensation”.  Nel disco vi erano contenute 8 storiche tracce della loro epoca Roots-Reggae.
Fondamentali furono i The Pioneers:


composti da Sidney Crooks, George Dekker e Jackie Robinson, capaci di portare nuove influenze : facendo incontrare la nuova musica rivoluzionaria con le radici (“roots”) profonde della Giamaica con le tematiche e le problematiche di quanti vivevano nelle campagne e nel ghetto. Quando nel 1968, diedero alle stampe per l’etichetta Beverley’s “Long shot kick The Bucket”; il brano divenne una “hit” travolgente.

In Giamaica e fuori dall’isola caraibica.

Riuscirono ad arrivare persino nelle classifiche Pop del Regno Unito. Un risultato strabiliante. L’anno successivo, il 1969, bissarono il grande successo con “Samfie Man”.

Ma qualcosa stava ulteriormente cambiando con l’avvento di uno dei gruppi vocali, unici nel loro genere : The Uniques.

Questo gruppo, durante il periodo Reggae mantenne sempre una formazione base (in Giamaica molto spesso, c’era l’abitudine, una vera e propria mania che finiva, in qualche modo, per essere più un problema che una risorsa perché, le varie formazioni perdevano, inevitabilmente, l’idendità musicale … finendo per somigliarsi tutti tra loro).
The Uniques erano (nella loro formazione-tipo) : Jimmy Riley, Lloyd Charmers, Roy Shirly e, il più importante di tutti, Slim Smith, che rappresentava sostanzialmente, il “Sound” dei The Uniques. Il loro album di debutto “Absolutely” è considerato dagli appassionati del “4/4 in levare giamaicano”, un vero e proprio classico sia del Rocksteady sia del Reggae.

The Ethiopians sono un altro storico gruppo della musica giamaicana e tra gli alfieri del periodo Rocksteady. In questo periodo, il gruppo vocale reggae seppe incidere grandi hit come “Train to Skaville” e “The Whip”. Nel 1969 collaborando con il produttore Carl Johnston, ma che tutti in Giamaica, erano soliti chiamare Sir JJ, incisero un brano “Everything Crash” che descriveva i problemi del nuovo piccolo paese diventato, nel frattempo indipendente dalla Gran Bretagna : quel paese era la Giamaica.

Al di là di questi grandi gruppi, indubbiamente, a loro modo decisivi per lo sviluppo della musica giamaicana, l’artista più importante per la musica reggae fu Jimmy Cliff.

Fu il primo cantante, musicista e arrangiatore giamaicano, capace di ottenere un successo internazionale. Avvenne nel periodo della sua grande creatività, concentrata in un memorabile trienno reggae che va dal 1967 al 1970.  In quegli anni, Jimmy Cliff scrive e incide brani storici come “Vietnam”, “Hand Road To Travel”, “Suffer in the Land”. Ma ci sono anche altri brani che meritano di essere menzionati : “Let Your Yeah Be Yeah” e “You Can Get If You Really Want”, originariamente composte da Cliff che divennero grandi hit rispettivamente per i Pioneers e Desmond Dekker.
Altri magistrali brani furono “Struggling Man” e “Sooner or Later” esempi ben riusciti del roots-reggae, ancora prima che nascesse il termine e, che garantiscono un posto di assoluto rilievo, se non di eccellenza assoluta nell’olimpo reggae per Jimmy Cliff.
-L’era Roots Reggae e il Rastafarianesimo
Il Reggae è associato molto spesso al movimento Rastafari, fortemente influenzato dai musicisti reggae negli anni Settanta e Ottanta.  Originariamente, gli argomenti trattati nei brani reggae erano lontani dalla religione rastafari, infatti, quei testi parlavano d’amore, temi sessuali o sociali.

Erano quelli tipici dello Ska e del Rocksteady.

In origine i rastafari, non erano interessati  a prendere parte alla vita sociale giamaicana, preferendo di gran lunga isolarsi e vivere sulle colline, immersi e a contatto, ogni giorno, con la natura selvaggia dell’isola caraibica che, ricordava loro, la terra lontana, l’Africa e, la mai dimenticata Etiopia. Conducevano un’esistenza semplice e del tutto naturale, con precise regole religiose e comportamentali.

Erano passati solo 10 anni dall’indipendenza dalla Gran Bretagna, il popolo giamaicano cominciò a rendersi conto dell’amara sorpresa : era sì indipendente ma viveva una situazione peggiore rispetto a prima. L’isola era in preda a un forte stato di disoccupazione, crimine e violenza. Le nuove generazioni giamaicane, cresciute con l’indipendenza erano vittime di questa situazione, e reagirono con l’arma più potente in loro possesso : la musica.

Erano gli albori degli  anni ’70 : i temi trattati (anche nelle canzoni) cominciarono a cambiare radicalmente. La voce del popolo e la sua protesta divennero centrali, indispensabili anche per i musicisti reggae ma, sopratutto, quella protesta, quel grido di dolore voleva essere un messaggio indirizzato a un indirizzo preciso. Conosciuto. Quello del governo. Fu come un grande incendio, era come se, improvvisamente, la forza d’urto di un vulcano iniziasse ad emettere la sua lava incandescente. Tutti volevano partecipare a quella straordinaria rivoluzione. Erano tutti vicini, di fianco a volti conosciuti o sconosciuti e c’erano storici attivisti e nuovi protagonisti che avevano deciso di abbracciare la rivoluzionaria protesta. Quella rivolta di popolo però aveva anche un’altra caratteristica che le rendeva unica : molti degli attivisti più attivi decisero di abbracciare la religione rastafari. Non lo fecero solo come manifestazioni di protesta di ciò che intendevano ottenere dal governo, ossia “pace, amore e lotta alla corruzione”, ma aderendo al Rastafarianesimo e, questo voleva dire rappresentare un alternativo stile di vita nell’interno della logorante, disumana povertà che dilagava in Giamaica.

Erano gli insegnamenti di Marcus Garvey (auto-aiuto, rimpatrio) per dare luce alla speranza.

Quando molti musicisti aderirono al movimento, l’influenza Rasta divenne predominante anche nel sound. Sembrò sparire di colpo l’ottimismo tipico del reggae : il basso elettrico divenne molto più centrale, profondo e pronunciato, il ritmo venne rallentato e i testi sembravano promettere fuoco e fiamme (di Babilonia).  In coincidenza con l’adesione al movimento e al Rastafarianesimo da parte degli artisti reggae, iniziarono a diventare centrali, gli elementi tipici afro-giamaicani e l’identità e l’orgoglio divennero i temi portanti. Irrinunciabili.

Era iniziata la seconda fase dello sviluippo del Reggae. 

A partire da quel momento il reggae-sound fu caratterizzato da tempi rallentati, da un suono più rilassato e ipnotico.

Questa radicale trasformazione ebbe un ambasciatore nel mondo : Bob Marley. Con il gruppo The Wailers fece da tramite per portare il mondo alla conoscienza di questa religione.

Era nato così il Roots Reggae dopo aver messo da parte il lato grezzo e selvaggio dei primi ritmi del reggae. Nacque uno stile irresistibile per la sua semplicità, capace di abbinare originalità ed essenzialità. Il segreto era stato quello di tornare alle radici africane.

I protagonisti di questa rivoluzione che rimandava direttamente all’Africa sia nel discorso politico-sociale sia quello più strettamente musicale, si trovavano tutti all’interno degli Wailers:

un gruppo unico nel suo genere, in cui, fianco a fianco potevano trovare posto una infinita fucina di leader senza che nessuno, in qualche modo potesse soffrire della bravura dell’altro. Questa incredibile alchimia durò oltre un decennio prima che le strade si divisero. Il segreto in questo caso era quello di far parte di un ristretto numero di persone, musicisti, protagonisti che, giorno dopo giorno, non solo stavano facendo la storia ma, stavano reinventando un modo nuovo di suonare dando voce all’intero popolo giamaicano. All’interno degli Wailers (quelli originali) c’erano Bob Marley, il “Re del Reggae” – come lo hanno ribattezzato i fan dell’isola caraibica e non solo loro – Junior Brathwaite, Peter Tosh e Bunny Livingston. Questa dunque era la formazione ufficiale anche se, in Giamaica venne conosciuta con il nome di The Wailing Rude Boy”.  Quando le loro strade si divisero, Bob Marley cambiò nome al gruppo scegliendo, per il suo progetto “Bob Marley and The Wailers”. Conquistando il mondo.

Di pari passo, nei suoi testi introdusse i temi Nyabinghi (nome che deriva da un movimento dell’est dell’Africa, attivo tra il 1850 e il 1950 guidato da coloro che si opponevano all’imperialismo europeo). Il Nyabinghi erano canti e danze per invocare il “potere di Jah” contro l’oppressore. Fu proprio la Resistenza Nyabinghi a ispirare i giamaicani anti-colonialisti che si opponevano all’occupazione britannica della Giamaica.

Il Reggae e il Rastafarianesimo diventano la voce degli oppressi e dei poveri. Attraverso le canzoni di Bob Marley, Peter Tosh , Burning Spear, Gregor Isaacs, Buju Banton e di altri che, persino nella lontana Inghilterra, hanno appreso, metabolizzato e infine sposato il connubio tra il Reggae e il Rastafarianesimo – artisti nati in Gran Bretagna ma da genitori giamaicani che costituivano la grande comunità giamaicana di Londra – , artisti come Linton Kwesi Johnson (il “poeta del Dub”) oppure, musicisti e cantanti che dall’Africa erano arrivati in Europa, più precisamente a Parigi in Francia, come nel caso di Alpha Blondy; il canzoni parlava di oppressione, povertà, schiavitù, apartheid e diritti umani.

Così il Reggae è divenuto una musica a sostegno della lotta all’oppressione giorno dopo giorno. Ieri come oggi.
-Best Reggae Songs-

A corollario di questa breve Storia del Reggae vogliamo suggerire cinque canzoni-simbolo, quelle che secondo noi, anche alla base di questa ricostruzione storica della musica giamaicana che abbiamo voluto mettere nero su bianco; meglio rappresentano il cosiddetto “Political-Reggae”. E’ solo un suggerimento, una traccia che poi il lettore se vorrà potrà meglio approfondire come crede.

Track-List        

1. Get Up Stand Up* – Bob Marley And The Wailers

2. Marcus Garvey – Burning Spear

3. Wat About Di Workin’ Class? – Linton Kwesi Johnson

4. Night Nurse – Gregory Isaacs

5. Police and Thieves – Junior Murvin

* Questa versione della canzone “Get Up Stand Up” – scritta a quattro mani da Bob Marley e Peter Tosh è una delle versioni migliori e, che meglio rappresentano la “prima versione”degli Wailers. Fu anche la formazione con la quale Bob Marley&Co. sbarcarono per la prima volta negli Usa. La registrazione del brano venne effettuata nella tournée 1973 a San Francisco, nel mitico Planet.
Bob Fabiani

Link&Fonti

-www.allmusic.com -Rocksteady;

-www.rootsreggaeclub.com – Overview of the Reggae History;

-www.worldmusicabout.com – One Drop;

-www.jamaica-insider.com – Jamaica Music : From Ska to Dance Hall;

-www.potentbrew.com – The Origins of Ska, Reggae and Dub Music;

-www.allmusic.com – Reggae;

-www.reggaemovement- Reggae Music 1967-1970;

-www.scaruffi.com – A Brief summary of Jamaican Music : Reggae;

-www.tootsandthemaytals.com;

-www.vibesonline.net – Alton Ellis : Mr Soul of Jamaica – intervista a Alton Ellis;

-www.important.ca/rastafari-reggae : Rastafari Music;

-www.niceup.com/history/bbc : The Story of Reggae-Roots Reggae;

-www.jamaicans.com : Reggae Music And Rastafari;

-www.nationmaster.com – Nyabinghi;

-www.allmusic.com – Political Reggae;

Bibliografia

I volumi che elencheremo qui di seguito comprendono anche versioni inglesi di alcuni fondamentali studi, utili per comprendere a pieno la storia e lo sviluppo della musica giamaicana.
Vlado Moskowitz  – Caribbean Popular Music : An encyclopedia of Reggae, Mento, Ska, Rocksteady and Dancehall –  Greenwood, 2005, p 257

David Overthrow – The Versatile Bassist : A complete course in a Variety of Music Styles – Alfred Publishing Company, 2008, p 45

Riccardo Pedrini – Skinhead – Ndapress, 1987, p 73

Sw. Anand Prahlad – Reggae wisdom : Proverbs in Jamaican Music – University Press Mississippi, p 59-60

Lorenzo Mazzoni – Rasta Marley – Le radici del Reggae – Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2009

Chris Salewicz, Adrian Boot – Reggae explosion – La storia della musica giamaicana – Arcana, 2004

Scritto da 

Bob Fabiani

Tutti i marchi e i loghi riportati appartengono ai rispettivi proprietari.

Foto fonte: Wikipedia.

 

 

 

Panerai: il tempo degli eroi (1a Parte)

Un saluto a tutti.

A me il compito di inaugurare questa nuova sezione #luxurywatches e non potevo non iniziare che con Officine Panerai. Non credo esista un’altra sociétés horlogères le cui radici affondino e si intreccino così profondamente con la storia, in particolare con quella di un periodo di grande sofferenza, ma anche grande ingegno, come il secondo conflitto mondiale ed oggi ricorre una data molto importante:

Esattamente 75 anni fà, il 18 Dicembre 1941, sei uomini cambiarono il modo di fare la guerra. Lo fecero indossando un Panerai.

Alle 18.40 di quella sera il sommergibile italiano Scirè, nei pressi del porto di Alessandria, iniziava la fase decisiva dell’operazione G.A.3, forse la più ardita, sfontata, geniale operazione di guerra mai realizzata. Lo Scirè trasportava tre piccoli “Siluri a lenta corsa”, chiamati affettuosamente “maiali”, ciascuno adibito al trasporto di due assaltatori. I sei uomini appartenenti alla Xa Flottiglia Incursori MAS divisi in tre coppie rispondevano ai nomi di: Luigi Durand de la Penne, Emilio Bianchi, Antonio Marceglia Spartaco Shergat, Vincenzo Martellotta e Mario Marino.

Il loro compito era quello di muoversi sott’acqua, attraversare la barriera sottomarina che proteggeva l’accesso al porto e minare gli scafi delle navi britanniche ormeggiate. Proprio mentre stavano inizando a ricavarsi un varco nella rete di sbarramento subacqea furono baciati dalla fortuna: la rete venne aperta per consentire il passaggio di alcuni cacciatorpedinieri inglesi ed i nostri eroi, a bordo dei maiali, poterono penetrare nel porto indisturbati.

L’equipaggio Durand de la Penne e Bianchi aveva il compito di minare la nave d’assalto Valiant, a Marceglia e Schergat era assegnata la nave da battaglia Queen Elizabeth mentre Marino e Martellotta, per via di un malore di quest’ultimo, navigarono in superficie verso la petroliera Sagona.

Durand de la Penne e Bianchi riuscirono a minare la Valiant, anche se vennero catturati. La stessa sorte toccò a Marino e Martellotta, mentre Marceglia e Shergat riuscirono, dopo aver piazzato le cariche, a rifugiarsi al suolo e a fuggire. Ciò nonostante vennero trovati e fatti prigionieri il giorno successivo.

Tra le 6.00 e le 6.30 della mattina successiva avvennero le esplosioni che danneggiarono gravemente le tre navi bersaglio ed un cacciatorpediniere, la Valiant, ormeggiato a fianco della Sagona: la missione era compiuta.

…sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse. (Sir Winston Churchill)

Al termine del conflitto mondiale i sei uomini vennero decorati con la medaglia d’oro al valor militare, appuntata personalmente dal Commodoro Morgan ex comandante della Valiant.

Panerai sono gli orologi, le bussole e i profondimetri che questi uomini indossavano durante la seconda guerra mondiale: assaltatori della Xa Flottiglia MAS e del gruppo Gamma capaci di altre imprese incredibili, come quella di Luigi Ferraro che da solo attaccò quattro navi, affondandone tre, nei pressi del porto di Alessandretta, o Licio Visintini che attaccò sino all’estremo sacrificio il porto di Gibilterra.
Storie di orologi, storie di eroi. Io vi parlerò degli orologi… nella seconda, terza e quarta parte di questo racconto.
A presto.
Tutti i marchi e i loghi riportati appartengono ai rispettivi proprietari.
Foto fonte: Wikipedia.