Black Sabbath!

La celebre rock band di Ozzy Osbourne ha suonato insieme per l’ultima volta dal vivo a Birmingham, la stessa città dove era nata quasi 50 anni fa.

Sabato 4 febbraio i Black Sabbath, una delle rock band più influenti e popolari al mondo, hanno fatto quello che hanno definito l’ultimo concerto della loro carriera a Birmingham, nel Regno Unito, la stessa città dove la band fu fondata nel 1968. 

In passato i Black Sabbath – e il loro leader e cantante, Ozzy Osbourne – hanno annunciato diverse volte il ritiro, ma questa sembra quella definitiva: il chitarrista Tony Iommi è malato di cancro dal 2012 e ha detto di non riuscire più a reggere i ritmi di un tour, e anche Osbourne ha fatto sapere che stavolta è finita per davvero. 

Nei loro quasi 50 anni di carriera, i Black Sabbath hanno venduto complessivamente più di 70 milioni di dischi: l’ultimo che hanno pubblicato si intitola 13, è uscito nel 2013 ed è finito al primo posto nella classifica dei dischi più venduti sia nel Regno Unito sia negli Stati Uniti.

L’album “13” dei Black Sabbath, una delle più celebri band della storia del genere hard rock. Inglesi, noti anche come il gruppo di Ozzy Osbourne, un personaggio piuttosto notevole e controverso, con una sua propria popolarità anche poi da solista e personaggio televisivo (nel reality dedicato alla sua famiglia, The Osbournes). 

Per questo disco si sono riuniti i tre quarti della formazione storica dei Black Sabbath: non lo facevano da 35 anni e sono ancora oggi molto ammirati e seguiti dai fans (MTV li nominò “Greatest Metal Band” di sempre) . 

«Non si può immaginare lo heavy metal senza il background dei Black Sabbath»…

Recinsione del Rolling Stones

Si chiama “13”, contiene otto canzoni – ma circola un’edizione deluxe che ne ha undici – ed è stato registrato dalla formazione che registrò i primi otto dischi della band salvo il batterista Bill Ward, rimpiazzato da Brad Wilk, batterista dei Rage Against the Machine, che ha solo 44 anni ed è vent’anni più giovane degli altri (con Ward ci sono difficili e tesi rapporti post-separazione, persino con vecchie foto promozionali da cui è stato tagliato via). Nei decenni passati erano uscite molte cose a nome dei Black Sabbath, ma questo è il primo disco dopo 35 anni in cui le canzoni sono state composte da Ozzy Osbourne, Tony Iommi (chitarrista) e Geezer Butler (bassista), come cioè era avvenuto fino al 1978, dal disco “Black Sabbath” a “Never Say Die!”.

I Black Sabbath sono diventati famosi partecipando dal 1970 in poi alla creazione degli anni più epici dello hard rock, con un suono molto pastoso e dai riff (gli accordi e frasi ritmiche suonate dalla chitarra elettrica) immediatamente riconoscibili, oltre che per i temi molto cupi delle loro canzoni. All’epoca si presentavano sul palco vestiti interamente di nero e giocavano a dare ai loro concerti un’atmosfera di ambiguo misticismo – Tony Iommi ha sempre suonato con una croce d’argento bene in vista sul petto, Ozzy Osbourne si truccava pesantemente il viso di nero.

I Black Sabbath hanno influenzato molte band heavy metal che sono venute dopo (Iron Maiden e Metallica, fra le altre) e, come tradizione per i grandi gruppi rock dell’epoca, hanno avuto una storia molto ingarbugliata: nel 1979 Ozzy Osbourne lasciò la band, accusato dagli altri di «drogarsi eccessivamente» e iniziò una carriera da solista. Gli altri componenti fecero quindi due album con il cantante Ronnie James Dio, che aveva lasciato a sua volta i Rainbow, un altro gruppo hard rock all’epoca molto famoso fondato da Ritchie Blackmore, l’ex chitarrista dei Deep Purple.

I due dischi “Heaven and Hell” e “Mob Rules” piacquero molto agli appassionati, ma dopo soli tre anni il chitarrista Tony Iommi cacciò Ronnie James Dio e da allora la band arruolò cantanti inadeguati (tra i quali Ian Gillan, il cantante storico dei Deep Purple, che non si integrò con l’immagine e l’estetica della band) e i dischi vendettero pochissimo. Dopo un temporaneo rientro di Dio, a metà degli anni Novanta ritornò Ozzy Osbourne, il gruppo ricominciò a fare concerti, ma nel 2006 i Black Sabbath fecero invece un disco e alcuni tour di nuovo con Dio, e andarono molto bene: ma Ronnie James Dio morì per un cancro allo stomaco il 16 maggio del 2010, e l’anno successivo Iommi dichiarò che la band avrebbe infine inciso un nuovo disco con Ozzy Osbourne, di cui si era già parlato nel 2001.

Sul New York Times il critico musicale Ben Ratliff ha scritto che il nuovo disco «punta molto sul mantenimento del brand», spiegando che «suona come una pallida imitazione di ciò che erano» e conclude dicendo che i Black Sabbath hanno fatto un lavoro molto pigro, poco ispirato sia nella musica che nei testi. Per quanto riguarda il suono e le melodie della chitarra, che avevano reso celebre Tony Iommi, Ratliff dice che «potreste avere la sensazione di averli già sentiti», ma che questo senso di familiarità fatica a tramutarsi in una sensazione piacevole. Altre recensioni sono più positive, ma da tutti quelli che ne scrivono viene sottolineata l’evidente intenzione della band di richiamarsi a canzoni dei primi tre dischi, che tra l’altro sono ancora le più suonate nei concerti.

Il nuovo disco è stato prodotto da Rick Rubin, leggendario creatore nel mondo della musica rock e responsabile di notevoli “recuperi” negli scorsi anni: ha cominciato producendo i primi dischi hip hop dei Run DMC e dei Beaties Boys, ma negli anni era diventato il produttore di fiducia di Johnny Cash e dei Red Hot Chili Peppers, oltre ad aver scoperto i System of a Down. Alcuni suoi lavori più recenti sono l’ultimo disco di Adele e quello dei Metallica.

Quasi tutti quelli che hanno lavorato con Rubin hanno esaltato la sua capacità di ricreare le condizioni in cui gli artisti hanno prodotto i loro dischi migliori. Altri invece ne hanno criticato il carattere difficile e l’atteggiamento a volte supponente: nel 2010 i Muse hanno detto che Rubin ha insegnato loro «come non si produce un album» e nel 2012 Graham Nash dei Crosby, Stills & Nash ha detto in un’intervista che durante alcune sessioni di registrazioni «avevamo questo tizio che ci diceva tutto il tempo che cosa fare. Voglio dire, chi diavolo è Rick Rubin? Dacci dei suggerimenti, fantastico, ma non dirci che cosa dobbiamo fare. Semplicemente non puoi farlo.»

La costruzione del disco ha visto lungo il suo percorso la defezione del batterista Bill Ward, insoddisfatto delle condizioni del contratto, e le cure per un cancro di Tony Iommi. In effetti in “13” Rick Rubin si è molto concentrato sul ricreare un suono che potesse ricordare quello dei primi tre dischi, comprensibilmente. Secondo il sito Pitchfork ci è riuscito: “13” non è all’altezza di quei “classici”, scrive, ma “la scintilla” c’è (ma Consequence of Sound, altro sito di musica, ritiene che il meglio del disco sia quello che non imita il passato). La sintesi delle diverse opinioni la dà il Chicago Tribune, per il quale i testi i testi di Butler interpretati da Osbourne “alle prese con i suoi demoni”: 

“fanno di “13” qualcosa di un po’ più credibile di un souvenir da un reunion tour”.

I Black Sabbath erano in giro da più di un anno per il “The End Tour”, iniziato nel gennaio 2016 negli Stati Uniti. In questi mesi hanno suonato con tre quarti della formazione originale: Osbourne alla voce, Iommi alla chitarra e Geezer Butler al basso: mancava solo il batterista Bill Ward, che alcuni anni fa ha litigato con Osbourne e da allora si è allontanato dalla band. Le canzoni suonate in questi concerti, compreso quello di sabato, sono perlopiù dei primi dischi, usciti all’inizio degli anni Settanta (sono stati cioè ignorati i dischi che la band ha pubblicato nei vent’anni in cui Osbourne ha seguito una carriera da solista, dal 1977 al 1997): l’ultima canzone suonata ieri dalla band è stata “Paranoid”, forse la loro canzone più conosciuta, contenuta nell’omonimo disco del 1971. Il video e il saluto finale della band sono stati trasmessi in diretta sulla pagina Facebook ufficiale della band.

L’ultimo concerto dei Black Sabbath non sarà l’ultimo per Osbourne, che dagli anni Duemila è famoso anche al pubblico non interessato allo hard rock per il suo reality show The Osbournes: il 16 luglio suonerà da solista al festival Chicago Open Air.

Scritto a quattro mani con Marco Sargentini…

Tutti i marchi e i loghi e le foto riportati appartengono ai rispettivi proprietari.

10 anni dopo…

Un giorno di due mesi fa dopo più di dieci anni senza sentirci Massimo mi chiede se mi andava di condividere due parole, attraverso il suo blog, sul mio attuale stato di expat, migrante o che dir si voglia.

Sono le 4 del mattino di Domenica. Sono tornato a casa da un viaggio di lavoro di due mesi nel nord della Cina. Casa mia adesso è tra Austin (Texas) e Baotou (Inner Mongolia-Cina). 

Come dicevo prima, Io e come me tantissimi altri, siamo emigranti, expats o semplicemente cittadini di un mondo diventato piccolissimo.
Il mondo cambia velocemente e le categorie che lo definiscono fanno fatica a stare dietro a questo cambiamento. 

Nel mio lavorare all’estero non c’è nulla di straordinario. Se mi guardo intorno la stragrande maggioranza delle persone che conosco vive e lavora lontano dal luogo in cui è cresciuto/a come trovo spesso poco condivisibile l’idea dei cervelli in fuga.

Non sempre siamo forzati a dover lasciare il nostro paese. Siamo esposti a infinite possibilità di conoscenza e realizzazione e abbiamo la fortuna di andare a raccoglierle dovunque queste si presentino. 
Parlo solo delle persone che vivendo nei paesi OECD o simili hanno effettivamente la possibilità di considerare il “mondo come la loro conchiglia”.

Tutto questo, con il rischio troppo alto di generalizzare, per dire che non mi sento un emigrante o un expat. Mi sento un cittadino del mondo che ama il paese dove è cresciuto e ancora di più il mondo e il tempo in cui gli è stato dato di vivere.
Detto ciò la condizione personale in cui mi vengo a trovare, pur non essendo isolata, è unica perchè mi riguarda e condivisibile perchè sicuramente simile a molti altri che provano le mie sensazioni.

Bruce Chatwin, in “Anatomia dell’Irrequietezza” risponde, a mio avviso, meglio di molti altri alla domanda cos’è casa:

“Non molto tempo fa, dopo anni di vagabondaggio, decisi che era ora, non di mettere radici, ma almeno di farmi una casa. Pensai i pro e i contro di una casuccia imbiancata a calce su un’isola greca, di un cottage in campagna, di una garconniere sulla Rive Gauche, e di varie alternative tradizionali. Alla fine, conclusi, tanto valeva far base a Londra. Casa, dopotutto, è dove sono i tuoi amici. Consultai un’americana, veterana del giornalismo, che per cinquant’anni ha trattato il mondo come il cortile di casa sua. “Londra ti piace davvero?” le chiesi. “No” disse lei, con voce roca sigarettosa” ma Londra è un posto come un altro per appendere il cappello”.


Io un posto dove appendere il cappello non l’ho ancora trovato ma la mia casa è nel mio cuore, dove sono tutti i miei amici e le persone che amo ed è forse per questo che ora sento come casa entrambe, il mio appartamento ad Austin e quello dove tornerò fra qualche mese a Baotou.
Pur riconoscendo l’esistenza di un luogo d’origine e la maggiore semplicita’ di rapporti tra persone che condividono la stessa matrice culturale mi rendo pure conto della bellezza di essere esposti a costumi totalmente (Cina) o sottilmente (USA) diversi dai nostri e a persone che non vedendo quello che tu vedi possono mostrarti cose che mai saresti in grado di vedere da solo se rimanessi seppellito nel comfort dei tuoi confine e della tua culla culturale.

 Vivo in un continuo stato di estasi, frustrazione e meraviglia e grazie alle varie applicazioni VoiP posso rimanere in contatto con chiunque voglia.

Una delle cose che mi piace moltissimo è la possibilità di vivere e lavorare in più timezones, il nostro pianeta è piccolo quanto sono le 24 ore che separano due albe e allo stesso tempo immenso e parte dell’immensità che questo cielo nasconde il giorno e rivela la notte.

Caro Max non so bene cosa aggiungere…

Caro Davide non devi aggiungere altro… Ti voglio bene e ci vediamo presto!

Scritto da Davide Prosperi

Foto Davide Prosperi

Brigitte Bardot o Berlinetta Boxer?

Morbida, sinuosa, sensuale, provocante, di rottura: durante la progettazione la chiamarono Brigitte Bardot, all’entrata in produzione divenne Berlinetta Boxer.

Non ha importanza, il nome che conta è un altro…
Il nome che conta è Ferrari!

 

I buoi stanno davanti al carro // Enzo Ferrari

Motore davanti e il resto dietro: questo era il motto di Enzo Ferrari ed a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta il modello più rappresentativo di questa filosofia era la 365 GTB/4 “Daytona”. Un autentico capolavoro disegnato per Pininfarina da quel Leonardo Fioravanti che, dopo aver interpretato la più squisita tradizione Ferrari, sarà l’artefice stilistico della grande trasformazione.

Nonostante le parole del Drake già nel 1960 venne realizzata la 246P prima Ferrari a motore posteriore che, poco più che prototipo, fece la sua prima ed unica apparizione in Formula 1 nel Gran Premio di Montecarlo di quell’anno. A decretare il successo nelle competizioni di quella scelta tecnica fu la 156 F1 con cui Phil Hill vinse il Campionato Piloti e Costruttori nel 1961. Sempre in quell’anno vide la luce la stupenda 246SP, capostipite di una lunga serie di vetture Sport Prototipi a motore posteriore centrale che raccolsero innumerevoli successi nelle competizioni.

Nella produzione di serie la prima vettura realizzata da Ferrari con questa architettura fu nel 1967 la Dino 206 GT, carrozzata Scaglietti, il cui motore era stato progettato anni prima da Alfredo Ferrari, detto “Dino”, quel figlio scomparso prematuramente a 24 anni la cui morte causò una ferita inguaribile nell’animo di Enzo.

Nell’Ottobre del 1968 venne presentato al Salone di Torino il prototipo P6 con motore V12 montato trasversalmente in posizione posteriore. La P6 è la prima “vera” Ferrari stradale in cui il carro sta davanti ai buoi: in primis perchè per il Commendatore l’autentico motore Ferrari doveva essere un 12 cilindri, ed in secondo luogo perchè le Dino erano una serie a parte in cui non compariva nemmeno il logo del Cavallino.

Attraverso la P6 e grazie alla mano di Leonardo Fioravanti (anche se qualcuno la attribuisce a Filippo Sapino) dopo essere stata presentata nel 1971 arriva in produzione nel 1973 la 365GT/4 “BB”.

BB in omaggio a Brigitte Bardot per la bellezza della carrozzeria caratterizzata dal taglio netto della linea dell’equatore a separare idealmente la vettura in due parti: nera quella bassa delle ruote e della tecnica, colorata quella alta del design e dell’aerodinamica.

BB per la filante carrozzeria Berlinetta e per quel motore 12 cilindri a V di 180° simile, pur non essendolo in realtà, ad un motore Boxer.

Quel taglio orizzontale che separa la carrozzeria verrà poi riproposto qualche anno dopo nella 308 GTB ed attraverserà un ventennio di produzione Ferrari toccando modelli epici quali la GTO, la F40 ed addirittura nel 1995 nella F50.

Naturalmente non fu l’unico stilema introdotto dalla BB: l’aggressiva parte anteriore dalle linee tese a cuneo e le proporzioni semplicemente perfette faranno scuola per decenni. Altra caratteristica inconfondibile è il cofano posteriore dotato delle due “torrette” nere incastonate in una coppia di griglie longitudinali a cui è affidato il compito di far respirare i quattro carburatori triplo corpo Weber, due per bancata. Sempre sul cofano posteriore trovano posto, in questo caso in tinta con la carrozzeria, altre tre griglie orientate in senso opposto alle precedenti per lo smaltimento del calore generato dal motore. Due colorazioni per due funzioni diverse, atte ad esprimere i concetti di inspirazione ed espirazione. Ed ancora sul posteriore trovano spazio in questa versione tre fanali per lato, derivati dalla 365 GT 2+2,  sotto ai quali si trovano tre scarichi sempre per lato.

Ma il motore era il vero protagonista: un 4300 cc da 360 CV in grado di staccare lo 0-100 in 5 secondi e far volare la vettura fino a sfiorare i 300 km/h. Parliamo di una vettura di serie (prodotta in 387 esemplari) del 1973… un Mostro!

Nel 1976 sua maestà si rinnova: Ferrari presenta la 512 BB un’evoluzione figlia di una crisi petrolifera che segnò profondamente il mondo dell’automobile di quegli anni. La cilindrata venne portata a 4900 cc mentre la potenza scese a 340 cv (anche se aumentò la coppia su tutto l’arco dei giri) allo scopo di avere un’erogazione più regolare ed una minore emissione dagli scarichi, che furono protagonisti di una riduzione da tre a due per parte.

Sul posteriore scesero a due anche i fanali e fece la sua comparsa il piccolo spoiler sul tettuccio, quasi ininfluente sulla resa aerodinamica, ma importantissimo per creare la turbolenza necessaria a migliorare la dissipazione del calore da parte delle griglie sul vano motore. Così come per le torrette anche lo spoiler rivela la sua funzione attraverso la colorazione nera. Le altre modifiche alla carrozzeria furono la comparsa dei caratteristici fari gialli sul frontale accompagnati da un piccolo spoiler, l’allungamento dello sbalzo posteriore, l’allargamento dei parafanghi per ospitare una gommatura più generosa e le celebri prese d’aria NACA sulle fiancate laterali (che più avanti saranno uno dei segni distintivi della F40).

Gli interni rimangono pressochè invariati, ma con l’aumento di cilindrata, di gommatura e la possibilità di aggiungere il condizionatore il peso passa da poco meno di 1200 kg a quasi 1400 kg. Ne verranno prodotti appena più di 900 esemplari (929 per la precisione).

Nel 1981 a dieci anni da quello storico salone di Torino entra in produzione la 512 BBi in cui i 4 caburatori Weber lasciano il posto all’iniezione elettronica che esalta la frubilità del motore senza incidere sulle prestazioni. Sono di modesta entità le modifiche estetiche che riguardano principalmente il paraurti posteriore, che ora integra il retronebbia, ed alcuni dettagli di plancia e volante. Naturalmente la targhetta posteriore, dal design molto particolare per l’epoca, viene arricchita di quella “i” che ne identifica il progresso tecnologico spinto, anche in questo caso, dalla necessità di ridurre le emissioni.

Sono 1007 gli esemplari di 512 BBi usciti da Maranello prima che questa, nel 1984, lasci il posto ad un’altra pietra miliare di Fioravanti: la Testarossa.

Un design semplicemente immortale che ha cambiato gli orizzonti tecnici di Ferrari delimitando, nel panorama automobilistico dell’epoca, un nuovo confine tra eleganza e sportività. La creazione di un genio il cui nome non poteva essere più azzeccato – “Leonardo” – che ancora oggi viene riconosciuto come emblema del Made in Italy. Tutto questo è la BB e sono sicuro converrete con me che l’accostamento ad un’altra icona di bellezza ed eleganza, qual è Brigitte Bardot, è tutt’altro che azzardato.

Per portarvi a casa una BB vi serviranno tra i 350.000 ed i 450.000 euro.
Per una cena romantica con una splendida ottantaduenne è necessario contattare il suo agente 🙂
Poco ma sicuro entrambe avranno molte storie da raccontarvi.

Vi saluto con il video del bravo Davide Cironi nella sua Drive Experience con una 512 BBi

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Chianti Classico? Ne vogliamo 2…

Chianti Classico?

Ne vogliamo 2…

Scritto da Massimo Fabiani

Cuore, Carattere e Cultura di una Terra.

Firenze 13 e 14 Febbraio, siamo stati nella capitale indiscussa del vino italiano, per scoprire, grazie all’evento organizzato dal Chianti Classico alla Stazione Leopolda l’Annata 2015 e la Riserva 2014 di Chianti Classico. presentato da ben 185 aziende, 675 etichette insieme a una selezione di annate storiche.

“L’annata 2015 promette molto bene specialmente dal punto di vista della piacevolezza del sorso, i Chianti Classici di questo millesimo sanno esprimere anche carattere e buona definizione. Discorso diverso per le Riserva 2014, etichette in molti casi un po’ più problematiche, data la difficoltà dell’annata, che tuttavia hanno lasciato lo spazio anche a qualche piacevole sorpresa.Ecco, in sintesi, il giudizio che esce da Chianti Classico Collection 2017, l’anteprima del rosso prodotto nelle colline fra Firenze e Siena, in uno dei terroir più belli dell’intero panorama enoico mondiale, che presto potrebbe diventare anche Patrimonio Unesco. Sui banchi d’assaggio della Stazione Leopolda di Firenze, i Chianti Classico 2015 e le Riserva 2014”.

Come noto il Chianti Classico è un vino di gran pregio, direi unico nel panorama enologico nazionale, nato dalla combinazione di vitigni autoctoni, tradizione viticola e enologica unica, ambiente irripetibile e paesaggio ben conservato e ricco di biodiversità. Pochi vini hanno come il Chianti questa decisa impronta territoriale.

Ecco i miei assaggi e sintetici tweet sui vini degustati.
Annata Chianti Classico 2011 -Top 

– La Lama Terzo Movimento  🔴🔴🔴#vinosplendido

Annata Riserva 2013 – Top

– Ormanni 🔴🔴🔴 #vinosplendido

Annata Riserva 2014 – Top

– Caparsa 🔴🔴🔴 #vinosplendido

Annata Riserva 2013 – Top

–  Borgo Casa al Vento 🔴🔴🔴 #vinosplendido

Annata Riserva 2013 – Top

– Istine Riserva Levigne 2013 🔴🔴🔴#vinosplendido

Chianti Classico Annata 2015

-Borgo Casa al Vento Aria 2015

💛 #vinoemozionante

-Dievole Chianti Classico 2015 

🔴🔴🔴#vinosplendido

– Vallepicciola Chianti Classico 2015 “campione da botte”

🔴🔴🔴 #vinosplendido

– Colle Bereto Chianti Classico 2015

🔴🔴🔴 #vinosplendido

Ci vediamo al CCC18…

INFO

www.chianticlassico.it

Hashtag ufficiale dell’evento: #CCC17

Facebook, Twitter, Instagram:

chianticlassico

www.massimofabiani.com

www.firenzespettacolo.it

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www.labelleepoque.wine

Il Re dei Vini o il Vino dei Re…

​Il Re dei Vini o il Vino dei Re…

Se la prima incoronazione di un Re a Reims risale al XII secolo, per la creazione dello Champagne inteso come vino bisogna aspettare il 1688 quando l’Abate Dom Perignon introdusse una serie di pratiche di vinificazione grazie alle quali da oltre 300 anni questa meraviglia enologica delizia i palati di  appassionati in tutto il mondo.

La grande intuizione di Dom Perignon, oltre al miglioramento della metodologia di spumantizzazione, da lui appresa presso l’Abbazia di Saint Hilaire nei pressi di Limoux e già praticata  fin dai primi del 1500, fu di vinificare e mantenere separate le uve provenienti dai vari vigneti applicando per primo il concetto di Cru e Cuvèe.

Da vino dolce quale era inizialmente, oggi lo champagne è un vino secco che prima di giungere sulle nostre tavole deve svolgere una lunga procedura di vinificazione.

La creazione dello Champagne è demandata ai vitigni, Pinot Nero, Meunier e Chardonnay, responsabili della creazione delle cuvèe; ai territori, i cosiddetti Crus, sui quali sono impiantati i vitigni; all’anno di raccolta dell’uva… il millesimo!


L’assemblaggio dei vini è una vera e propria arte! Lo Champagne non è un semplice vino, è una creazione, un magnifico mosaico creato da straordinari personaggi, gli Chef de Cave, che nei loro massimi esercizi di stile possono arrivare a creare cuvèe costituite da oltre 5 vini fermi, tre varietà di uve, provenienti da oltre 20 Crus e da sei a dieci millesimi differenti.

Conoscere lo Champagne e la sua zona di produzione non è certo cosa semplice, con 15.000 viticoltori, 110 Maison, circa 5.000 Recoltant, più di 100 km di gallerie sotterrane in cui riposano oltre 300 milioni di bottiglie annue prodotte la Champagne è indubbiamente una delle zone vinicole più complesse e articolate.

Nei prossimi articoli approfondiremo storia, avvenimenti, leggende di questa meravigliosa realtà enologica.

Curiosità, quesiti, chiarimenti?!

Contattatemi su:

www.labelleepoque.wine 

Scritto da Flaviano Lenzi

Foto scattate da Massimo Fabiani

Panerai: la genesi di un mito (2a Parte)

Ciao a tutti,

dopo aver introdotto il contesto nel quale Officine Panerai si è affermata nel mondo militare (se vi siete persi la prima parte cliccate QUI), scopriamo oggi quali sono le sue origini.

Nasce a Firenze nel 1860 per mano di Giovanni Panerai, che apre in quell’anno il primo negozio di orologeria sul Ponte alle Grazie. Alla scomparsa di Giovanni nel 1897 il nipote Guido prosegue il lavoro del nonno trasferendo il negozio nella storica sede di Piazza San Giovanni all’interno del palazzo Arcivescovile: davanti al Battistero.

E’ qui che la “Guido Panerai & Figlio” diventa ben presto punto di riferimento fiorentino per le Maison svizzere divenendo concessionaria, tra le altre, di Rolex, Vacheron Constantin e Longines. Fù questo stretto legame, sviluppato in particolare con Rolex, che consentì a Guido di iniziare la produzione dei propri modelli.

Parallelamente Guido studiò approfonditamente i fenomeni di autoluminosità, realizzando una miscela di solfuro di zinco e bromuro di radio per rendere autoluminosi quadranti di strumenti, congegni di mira e cannocchiali. Questo composto venne battezzato ‘Radiomir’ e costituì l’elemento fondamentale di quasi tutte le sue invenzioni e buona parte di quelle del figlio Giuseppe. Negli anni antecedenti alla Grande Guerra Guido realizzò una moltitudine di congegni tra cui: bussole subacquee, torce, profondimetri e addirittura un calcolatore per il lancio di siluri da parte dei MAS (Motobarca Armata Silurante) utilizzabile in totale oscurità.

Il rapporto con il Ministero della Difesa e la Regia Marina Italiana andava ben oltre la semplice fornitura di materiali: il laboratorio di orologeria era diventato un centro di sperimentazione militare. Tutti gli strumenti prodotti avevano in comune tre caratteristiche che diventeranno i segni distintivi di ogni prodotto Panerai: robustezza, impermeabilità e leggibilità in qualunque condizione.

Per rispondere all’esigenza della Regia Marina di fornire ai propri incursori ed assaltatori del Gruppo Gamma un orologio con le caratteristiche necessarie all’impiego in condizioni estreme – il buio totale delle profondità marine in piena notte – Giuseppe Panerai, figlio di Guido succeduto assieme alla sorella Maria alla guida dell’azienda, iniziò nel 1936 ad elaborare alcuni prototipi. Due anni dopo entrarono in produzione una serie di esemplari così realizzati: cassa a cuscino di generose dimensioni (47 millimetri), fondello e corona di carica serrati a vite, movimento Rolex 618 a carica manuale – la cui fornitura era figlia della collaborazione iniziata dal nonno – ed un particolare quadrante definito sandwich costituito da una piastra superiore traforata in corrispondenza delle ore (indicate con numeri romani, arabi e indici a bastone) ed una piastra inferiore con le cifre in rilievo. Tra queste due piastre trova posto uno strato di Radiomir. Le anse erano di tipo a filo e saldate alla cassa, mentre all’interno del fondello trovavano posto le punzonature Rolex assieme alle referenze ed ai seriali.

 

Il quadrante originale venne ben presto rivisto in una versione più semplice con la sola indicazione delle ore 3, 6, 9 e 12 in numeri arabi per favorirne la leggibilità.

All’inizio degli anni ’40 venne introdotta una nuova modifica che ancora oggi caratterizza in modo inconfondibile gli orologi della maison fiorentina: al fine di evitare infiltrazioni di acqua nella cassa attraverso la corona a vite, nel caso di immersioni profonde o prolungate, venne aggiunto sul fianco della cassa un ponte a mezzaluna con al centro una leva di serraggio. Questo serviva a proteggere la corona da urti ed impediva aperture accidentali assicurando la tenuta stagna fino a una profondità di 200 metri. Le anse vennero irrobustite ed integrate alla cassa, che prese sostanzialmente la forma definitiva arrivata fino ai giorni nostri.

Negli anni ’50 venne affiancato al movimento Rolex un calibro Angelus 240, sempre a carica manuale, con un’autonomia di 8 giorni onde evitare la carica giornaliera del movimento e la conseguente usura della guarnizione di tenuta della corona. Gli orologi dotati di questo movimento si distinguono per la presenza sul quadrante dei piccoli secondi a ore 9.

Grazie al progresso degli studi sulla radioattività era emerso che il Radiomir era responsabile dell’emissione di consistenti quantità di raggi gamma. Per scongiurare il pericolo di radiazioni venne sostituito con una miscela a base di trizio, in grado di garantire un elevato grado di luminescenza in piena sicurezza, dando vita alla serie di orologi chiamata Luminor.

Furono 70 i brevetti che Giuseppe Panerai depositò prima di spegnersi nella sua Firenze il 7 Febbraio 1972.

Senza figli, ma con un’importante eredità tecnica, era necesario trovare un erede perchè la storia di Panerai non finesse in quel momento.

Come andò e come Panerai è arrivata ai giorni nostri lo scopriremo nella terza parte di questo cammino.

Tutti i marchi e i loghi riportati appartengono ai rispettivi proprietari.

 

AperitiVINO…

Ci siamo ecco il mio secondo Cocktail per Voi…

Ingredienti:
3cl di bitter “campari”

2cl di liquore al mandarino “varnelli”

1cl di Maraschino “buton”

3cl di vino pignoletto frizzante (rifermentato in bottiglia) “gradizzolo”.

Bicchiers: rock

Decorazione: rosa di mandarino, lime e amarena fabbri.

Procedimento:
Prendere un bicchiere tipo rock e riempirlo di ghiaccio a cubi. Procedere dopo aver raffreddato il bicchiere e scolato l’acqua in eccesso a versare gli ingredienti in ordine direttamente nel bicchiere. Mescolare delicatente aggiungere la decorazione e servire.

Il nome del drink aperitiVINO indica la sua categoria nonché l’idea stessa della natura del drink, proporre un ottima alternativa fresca e amarognola, adatta proprio a chi ha voglia di fare aperitivo, il tutto però mescolando ingredienti assolutamente italiani dal campari al liquore al mandarino che richiama il sud ma anche rivalutanto il pignoletto, ottimo vino Emiliano, mischiandolo in un drink e elevandolo nella sua già straordinaria bontà. 

Vi aspetto tutti al Pastis a Bologna!!!

Salute… 

Scritto e ideato da #franceschino

Foto #franceschino

Alla prossima!!!

Un sabato a Verona!

Un Sabato a Verona

di Leo & Max
(Leonardo Tozzi e Massimo Fabiani)

Un sabato a Verona, una della capitali indiscusse del vino italiano, per scoprire, grazie all’evento organizzato dal Consorzio di Tutela Vini Valpolicella al Palazzo della Gran Guardia (28-30 gennaio 2017), l’annata 2013 di Amarone della Valpolicella presentato da ben 78 aziende insieme a una selezione di annate storiche.

A detta degli esperti il 2013 è stata un’annata meteorologicamente particolare, “che ha chiuso in bellezza nelle fasi di maturazione e appassimento dando vini di ottima intensità colorante, ricchi al naso e in bocca, con un’alcolicità che si fonde in modo armonico con l’acidità e la corposità tipiche di questo prodotto”. Il giudizio è di un’annata di qualità medio-alta.
La commissione di degustazione del Consorzio ha riscontrato “una grande eleganza fruttata nei vini di Mezzane, Illasi e Cazzano e una prepotente eleganza e potenza in quelli di Negrar. I vini della vallata di Fumane sono risultati contraddistinti da delicatezza olfattiva e equilibrio gustativo, mentre quelli di San Pietro in Cariano da note di confettura. Nei vini della vallata di Marano è stata trovata una grande omogeneità territoriale con vini dall’ottima struttura. E’ stata riscontrata nei vini della Valpantena una sempre maggiore identità caratterizzata da morbidezza e grande piacevolezza”.

Come noto L’Amarone della Valpolicella è un vino di gran pregio, unico a livello mondiale, nato dalla combinazione di vitigni autoctoni, tradizione viticola e enologica unica, ambiente pedoclimatico irripetibile e paesaggio ben conservato e ricco di biodiversità. Pochi vini hanno come l’Amarone questa decisa impronta territoriale.

Ecco i nostri assaggi e sintetici tweet sui vini degustati.

Annata 2013 – Top
1 – La Collina dei Ciliegi 🔴🔴🔴 #vinosplendido
2 – Secondo Marco 🔴🔴🔴 #vinosplendido
3 – La Giuva 🔴🔴🔴 #vinosplendido

Vecchie Annate
Zonin 1998 💛 #vinoemozionante
Secondo Marco 2010 💛 #vinoemozionante
Massimago 2011 🔴🔴🔴 #vinosplendido
Tenuta S. Maria Valverde 2009 🔴🔴🔴 #vinosplendido

Cesari Bosan 2000 🔴🔴🔴#vinosplendido

Albino Armani 2008 🔴🔴 #vinoottimo
Cantina di Soave Rocca Sveva riserva 2006 🔴🔴 #vinoottimo
Zymè 2009 🔴🔴 #vinoottimo
Damoli Checo 2009 🔴 #vinobuono

E dulcis in fundo plauso al Millefoglie di Perbellini che con i suoi dolci ha reso unica questa giornata!

INFO

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Hashtag ufficiale dell’evento: #AnteprimAmarone

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