Don Winslow “Corruzione”

Don Winslow “Corruzione” ed. Enaudi pag. 552

di Umberto Fabiani


Il ritorno in libreria di Don Winslow, il “maestro noir” più eccentrico al di qua e al di là dell’oceano era atteso in tutto il mondo, Italia compresa. Si sapeva che lo scrittore americano avrebbe posto le “sue attenzioni” sui poliziotti di stanza a New York e, da par suo, non ha deluso le attese. Parlandoci di “Corruzione” (è anche il titolo scelto per la versione italiana mentre, quella americana è semplicemente “The Force”); una corruzione dilagante in lungo e in largo sulle infernali strade di NYC, la “Grande Mela”. C’è un filo conduttore con l’ultimo romanzo dell’autore americano (Il Cartello) e da quello è ripartito Don Winslow solo che, ora dal Messico (e dai cartelli dei narcotrafficanti messicani della Regione del Sinaloa N.d.R.) siamo arrivati a New York, uno dei snodi naturali dove quella “polvere bianca” trova il suo approdo naturale. Ma stavolta, Winslow, ha voluto raccontarci quale tipo di rapporto c’è tra la Polizia di NYC e la criminalità che affolla la città che non chiude mai battenti, per nessuna ragione al mondo e in nessuna ora della giornata. Parte esattamente da qui il viaggio-inchiesta-romanzo dell’autore americano che, non risparmia nulla: i lettori del “maestro noir” più eccentrico della narrativa mondiale, lo sanno e, forse amano i suoi libri, i romanzi e i suoi articoli giornalistici che appaiono non solo negli organi di informazione Usa, proprio per questa ragione. L’autore e scrittore statunitense non ama scendere a patti e, stavolta ci parla, ci racconta del “Cartello in divisa (blu)” che ha il compito di gestire il marcio della “Grande Mela”.

Corruzione è una storia di “sbirri corrotti” e, si tratta di un grande romanzo capace di eguagliare in potenza i due grandi libri dedicati da Winslow alla “Guerra dei Narcos”, Il Potere del Cane e Il Cartello (entrambi pubblicati in Italia per i tipi di Einaudi, N.d.R.); per certi versi, il “nuovo Winslow” si rivela (nella stesura e nello svolgimento delle vicende di questa storia) persino più straziante. C’è tutto nei lavori più ambiziosi dello scrittore americano: la realtà che si intreccia alla fantasia (d’artista), sommando quasi completando il mestiere del giornalista a quello del romanziere (di assoluto livello). Questo è quello che risalta agli occhi del lettore che si fosse spinto a entrare nel mondo dei cosiddetti “romanzi messicani” ossia, un equilibrio perfetto, agghiacciante e meticoloso, assolutamente necessario per poter scrivere un vero e proprio reportage su una “guerra” di proporzioni drammatiche visto che ha prodotto oltre 350mila morti.


A questo punto Winslow ha ritenuto concluso (al momento) quella parentesi del suo lavoro, è partito per approdare a NYC con l’intento di raccontarci la “nuova realtà” della “Grande Mela”. Un intento necessario dato che, fino a oggi, a nessuno interessa raccontarla questa storia, una storia inevitabilmente scomoda perché, parte dal presupposto di accettare (e vedere) la “realtà nascosta”, sommersa di una città come NYC, già antica fucina del crimine. Winslow indaga e si chiede: a che punto è NYC dopo la famosa “tolleranza zero” voluta dall’ex sindaco (Repubblicano), Rudy Giuliani, per ripulire le strade della “Grande Mela” dai delinquenti che la stordivano e la insudiciavano (secondo il credo politico dell’ex sindaco)? Che cosa ha prodotto – si chiede ancora lo scrittore nel periodo che ha preceduto il lavoro vero e proprio che poi, è confluito nelle pagine del nuovo libro dell’autore amatissimo ormai in tutto il mondo e non più solo in Usa – quel drastico maquillage che – questo è accertato – in collaborazione con i grandi processi hanno quasi ridotto ai minimi termini “Cosa Nostra americana” (sgominandola)? L’autore lascia allora spazio al reporter che inizia un’attenta analisi per osservare con gli occhi critici quale sia il risultato. Lo scrittore deve prendere atto che magari, tutto questo trambusto, questo drastico maquillage, ha prodotto solo un “cambio di scena”, uno spostarsi un po’ più in là partendo da NYC, punto zero della “nuova stagione politica” che, all’epoca di Giuliani pensava che bastasse il “pugno di ferro” per liberare New York dalla piaga della violenza, delle gang (i “Cartelli”), della droga che scorre a fiumi, in tutti gli angoli della “Grande Mela”. Si sperava di rendere NYC un posto più sicuro ma, alla fine, in realtà si è trattato solo di favorire l’incolumità (e la sicurezza mantra straordinario delle destre statunitensi, con in testa il vecchio Gop, N.d.R.) solo per tutti … i ricchi e ricchissimi nababbi, in modo che potessero godersi (indisturbati) il loro “ghetto dorato” naturalmente a Manhattan mentre, per il resto degli altri, bisognava farsene una ragione “che si arrangiassero” e “andassero a vivere da un’altra parte” – sembra di sentirle queste voci razziste allo scrittore statunitense – in una sorta di “prova generale” di quella “pulizia etnica” che intanto, a livello nazionale, nel resto degli Stati Uniti, le destre estreme americane spalleggiate da “Bannon il Suprematista bianco” che, proprio in quegli anni lasciando il suo posto all’interno di quella “Finanza creativa” che lo aveva visto impegnato per lunghi anni alla Goldman Sachs per mettersi a capo di alcune delle peggiori formazioni dell’estrema destra per portare alla Casa Bianca, Donald Trump, 45° Presidente Usa e, da lì, dalle stanze dorate della Casa Bianca rivisitare, rimodellare quella “pulizia etnica” che tentò Giuliani in qualità di sindaco di New York, più di due decenni prima.


Ne venne fuori una “nuova colonizzazione” che partendo appunto da Manhattan si è spostata verso nuove aree (annota il reporter Winslow) arrivando così a Brooklyn scalzando i neri e gli afroamericani persino dal quartiere “black” per eccellenza, ossia, Harlem.

E’ davvero tutto a posto? E’ davvero tutto ripulito nella metropoli, presidiata da 38mila ragazzi in divisa blu? No, non è tutto a posto perché qua e là, resistono, si moltiplicano sacche di miseria (ma per l’ala reazionaria e razzista del vecchio Gop, di cui Giuliani è sempre stato uno dei politici più influenti, è sufficiente che sia stata cacciata indietro, un po’ più in là del centro, delle piazze con le luci sfavillanti e, che soprattutto non fossero percepiti dai milioni di turisti che affollano le vie della “Grande Mela” N.d.R.) e fa nulla se poi, a causa di queste “politiche di deportazione” si vengano a determinare sacche di emarginazione compreso il crimine. E’ compito di Winslow indagare in queste sacche; nei “cartelli della droga” (che appunto è la stessa che arriva dai Narcos messicani ma, evidentemente, non solo da loro …) gestita qui a NYC da neri e latini che, si combattono facendo eterno uso delle rispettive gangs, usate come manovalanza spiccia. E’ un mercato in espansione pressoché senza fine dove, alla “Borsa degli stupefacenti” le quotazioni dell’eroina gareggiano con quelle della “coca” finendo per superarle. E sullo sfondo (anche qui) a NYC – come nel caso del resto degli Stati Uniti d’America – c’è da fare il conto con le tensioni razziali. Una storiaccia di non facile soluzione se, perennemente gli Usa finiscono per precipitare in una drammatica “Guerra civile” con gli agenti spesso artefici di questo incendio che è sempre a un passo dall’esplodere definitivamente. Del resto i vari Dipartimenti di polizia, non si fanno pregare più di tanto per dare il via a mattanze (a seconda del capriccio del momento): al 30 giugno (scorso), le persone giustiziate (assassinate) dalla polizia degli States nel 2017 erano 492, media perfetta (sic!) con le 963 del 2016 e le 991 dell’anno precedente.

Winslow è partito da qui e arrivando a stretto contatto con la “Manhattan North Special Task Force”, unità scelta di sbirri che, in tutto e per tutto assomiglia a un “cartello” di spacciatori, di boss mafiosi e infine di narcotrafficanti. Un gruppo potente che se ne frega della disciplina tanto, da non temere i superiori. E’ il territorio incontrastato dell’intera squadra e il terreno dove opera il sergente Danny Malone. Irlandese, figlio di poliziotti, uno che sa sempre come si fa a stare dalla parte delle “buone intenzioni”. Si prende cura della famiglia (la sua), difende i più deboli che nelle strade selvagge (qui a NYC come altrove) sono sempre i primi a rimetterci.

Ma tutto può cambiare e cambia (a poco a poco, giorno dopo giorno, passo dopo passo).

Malone ha una moglie dalla quale presto divorzierà e due figli adorati e, in più tre compagni di squadra che per lui, sono preziosi molto più dei fratelli, un’amante nera, colta, elegante ma ex tossica, sempre in bilico, nel confine che demarca il disastro che consiste nel ricaderci dentro con tutte le staffe. Malone, è rispettato, temuto (come nessun’altro) nell’underworld di Manhattan. Malone ha anche un sacco di soldi che, gli sono piovuti sulla testa, dal momento che ha iniziato a infrangere tutte le leggi.

E’ sottile il filo che segna le barricate: quelle buone da quelle cattive e se si sorpassano può capitare di diventare sbirri corrotti. E’ capitato anche a Danny Malone e ai suoi compagni quasi senza accorgersene.

Da qui in poi inizia il vero percorso del romanzo di Winslow, quasi un “racconto in presa diretta” che accompagna il lettore nelle storie, nei capitoli e nelle pagine di Corruzione in un mare di persone che fanno a gara per tradire, calpestare, umiliare chi è davanti alla loro strada oppure sulla loro strada per intralciarne il passaggio. Come sempre, il “maestro del noir” non fa sconti a nessuno e anzi, ci descrive una NYC disumana, divoratrice che tutto centrifuga, nel tentativo di “rendere giustizia” solo a chi può permettersela, in fin dei conti, la differenza è solo tra chi paga o rischia di pagare e chi, sui gradini più alti della scala sociale, resterà sempre al sicuro. Sullo sfondo si percepisce quasi un senso di sconforto, nel dover rimpiangere i “vecchi tempi” quando, a farla da padrone era anche (e soprattutto) il senso dell’onore della mafia. Ma oggi, a NYC (e non solo qui nella grande metropoli che non chiude mai battenti, sette giorni su sette, trecentosessantacinque giorni all’anno) è tutto cambiato e si è costretti a vivere in una giungla dove, proprio a causa di questo, nulla è certo dove, le regole cambiano a seconda del momento e del capriccio dell’uomo forte del momento. A tenere tutto questo putrido “circo dell’apparenza” c’è la corruzione, la stessa che troviamo nel romanzo di Winslow; una corruzione onnipresente, endemica, pervasiva.

La grandezza dello scrittore statunitense, anche in questa nuova prova e in questo nuovo romanzo, non risiede “solo” nello adottato ma, nella scelta, drastica che l’autore sceglie per raccontare questa deriva morale seguendo il percorso inverso: raccontando i diversi passaggi attraverso i quali, Danny Malone, gradino dopo gradino, diventa “un infame”, un informatore, uno che si vende i compagni. Se non fosse stato per la scoperta che passa attraverso la vergogna di essere “un delatore”, un poliziotto corrotto, Malone probabilmente non si sarebbe accorto del proprio fallimento.

E’ la descrizione dell’etica omertosa di Malone e quindi di tutta la Task Force ma, in realtà è tutto il NYPD, non è per nulla diverso dalle organizzazioni criminali o dalle bande di strada. La frase che ben riassume questa amara storia di corruzione è tutta racchiusa nel dialogo tra “sordi e titani del malaffare” che va in scena tra un gangster domenicano che minaccia il sergente con cipiglio orgoglioso “Noi siamo il Cartello”, Malone si sente in dovere di rispondere con una minaccia ancora più grande: “No, noi siamo il Cartello:un cartello di 38 mila uomini”. In quel momento “il sergente”, non si rende conto che sta dicendo “la verità”.

La New York di Winslow è una città che presenta un nuovo volto, una città rimessa a nuovo dove, “il Palazzo” presenta facciate ridipinte quasi sgargianti ma, allo stesso tempo gli interni sono più marci di prima e i mucchi di polvere da sparo accumulati sotto i tappeti di lusso. Sembra sul punto di esplodere e perché ciò avvenga, sembra solo questione di tempo.

Scritto da Umberto Fabiani

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