REFERENDUM CATALOGNA!

                 REFERENDUM CATALOGNA
La sfida indipendentista catalana per “liberarsi” dell’oppressione di Madrid


Sono ore molto concitate quelle vissute dai cittadini della Catalogna per il “Referendum sull’autodeterminazione” che, andrà in scena domani, domenica 1 ottobre. L’aria è di quelle irrespirabili dopo la posizione di netta rottura del governo centrale spagnolo – di stanza a Madrid – che, non ha mai perso occasione per ribadire un solo aspetto: 

“Il referendum in Catalogna non si farà”.


A Madrid, non sono andati tanto per il sottile e, per dar forza a questa posizione, ritenuta da molti come una “netta presa di posizione reazionaria” hanno messo in atto, la solita, stucchevole, arcigna “faccia del Potere”. Quello che non si piega in nessuna circostanza e, se necessario, pronto a rilanciare sulla strada antidemocratica. Eppure, quando il governo ha deciso di “alzare la posta” qualcuno, nella vecchia e civilissima Europa avrà provato un senso di smarrimento e, un certo brivido freddo lungo la schiena nel vedere, la disinvoltura di Madrid e del Governo Rajoy, nel mettere da parte il “dettame democratico” e, in un colpo solo ricorrere alle peggiori “pratiche degli anni bui” quando, in tutta la Spagna a dettare legge era il “regime dittatoriale franchista”.


Se Madrid pensa di risolvere la “questione dell’indipendenza della Catalogna” ricorrendo alle prove di forza muscolare, la situazione potrebbe condurre l’intera Spagna nel baratro della “guerra civile”. Assistendo alla decisione del tutto inaccettabile di Madrid di volere impedire a “ogni costo lo svolgimento democratico di un referendum” con l’invio di ben 10 mila agenti della Guardia Civil per tentare di far tornare sui propri passi la cittadinanza catalana senza per questo cercare di comprendere le “vere ragioni” che si celano dietro a questo referendum lascia del tutto interdetti. Il problema posto dalla Catalogna al Governo centrale di Madrid pone alcune questioni che non possono essere risolte solo con la “prova di forza” della capitale spagnola come se si trattasse di una “stupida rivalsa” tra chi si sente “l’unico depositario della storia” e, quindi per questo pensa di poter mettere all’angolo tutti gli altri, tutti quelli che non la pensano come il Governo Rajoy.


Sarebbe servita la politica (quella con la “P” maiuscola).

Non si tratta solo di voler ribadire il distaccamento, la separazione di Barcellona e di tutta la Catalogna dalla Spagna ma, invece, di ristabilire una “autonomia politica ed economica” da sempre negati da Madrid. Nessuno si può permettere di mettere in discussione l’egemonia politica, giuridica ed economica della capitale che, come in queste ore dimostrano le decisioni quanto meno “imprudenti” del primo ministro Rajoy stanno a dimostrare ancora una volta l’assoluta crisi della democrazia in Europa e, nell’intero Occidente.


Una volta ancora l’Unione Europea ha perso l’occasione per uscire da quel cinismo che la sta facendo deragliare verso il dramma dei nuovi nazionalismi. Senza per questo riuscire mai a prendere una decisione “alta” neanche davanti all’assurdo comportamento franchista optato da Madrid quando si è arrivati ad autorizzare un blitz della Guardia Civil contro il governo catalano con arresti dei membri del governo ribelle ed indipendentista. (8 settembre). Oppure con la procedure da parte della magistratura per indagare 700 sindaci che si erano schierati a favore del referendum.


In queste ore, la stessa Guardia Civil ha messo in atto un’altra prova di forza bloccando il centro raccolta voti (elettronici) e sigillando 1.300 seggi. Da Barcellona però sono stati subito pronti a ribadire che “riusciremo a votare lo stesso”.

Ma la situazione potrebbe diventare davvero esplosiva e drammatica soprattutto se da Madrid arriverà l’ordine di esecuzione di arresti contro i cittadini assolutamente pronti a far valere il loro diritto costituzionale anche se Madrid non lo considera tale.


Scritto da Bob Fabiani

Foto Tutti i marchi i loghi e le foto riportate appartengono ai rispettivi proprietari.

Link
-www.lavanguardia.com/temas/consulta-cataluna;

-www.publico.es/politica;

-https://cat.elpais.com;

-www.repubblica.it/esteri/news/referendum-catalogna      

 

Giulio Regeni quale verità?

Il Caso Regeni: 
Tra verità nascoste e la
‘normalità’ della tortura…

Storia di una morte
violenta, al Cairo.

E’ passato più di un
anno dalla morte di
Guilio Regeni avvenuta in Egitto, all’ombra
delle
Piramidi e, in questo blog vogliamo ricostruire non tanto e non
solo, la
mancata verità che avvolge questo amaro e drammatico caso ma,
in realtà, forse, è utile ricostruire il
contesto, politico e storico e
sociale in cui matura prima la
scomparsa del giovane ricercatore
italiano
e poi, in un crescendo di violenze e torture, la morte
violenta.

Partiamo dall’inizio…

Cairo:

25 gennaio 2016, Egitto, Africa

Sono le 19.41 del
25 gennaio : è qui che ha inizio il calvario.

La scomparsa

Giulio Regeni, è un dottorando italiano dell’Università
di Cambridge
e scompare il 25 gennaio 2016 tra le 19.30 e
le 20.00. In questo lasso di tempo sparisce nel nulla, come inghiottito
dalla grande pancia del Cairo dopo essere uscito di casa per recarsi a
prendere la metro a Dokki che si trova, nella zona di Piazza
Tahrir,
aveva un appuntamento con un amico.

Il sequestro

La giornata del 25
gennaio, nella storia moderna del grande paese africano, l’Egitto,
ha acquisito un importanza fondamentale per la rinascita del popolo egiziano.
Quel giorno che segna la scomparsa nel nulla del giovane ricercatore
italiano,
si celebra il quinto anniversario delle proteste e
della rivoluzione di Piazza Tahrir seguita alle “Rivolte
arabe”
che attraverso le manifestazioni e le rivendicazioni intendevano
chiedere e pretendere, dalla classe dirigente che da sempre le amministrava, più
democrazia, libertà, diritti umani
e più lavoro per aprire una nuova
fase e una nuova stagione.

Il ritrovamento

Il corpo martoriato
e senza vita di Giulio Regeni viene ritrovato (per caso) da alcuni
passanti lungo la strada che collega Il Cairo ad Alessandria : è
il 3 febbraio 2016. Fin da subito, sono evidenti i segni della
tortura disumana subita dal ricercatore. In un primo gli egiziani
cercano di far passare questo assassinio come un semplice incidente
stradale. Come era prevedibile questa ‘lettura’ non regge l’urto delle
indagini.

Le torture

Non ci sono dubbi,
purtroppo non possono esserci, al di là di ogni ragionevole dubbio e, lo dice,
con chiarezza l’autopsia : il ricercatore italiano è stato brutalmente
torturato,
e le pratiche, sono andate avanti per giorni e condotte da più
persone. Il referto del professor Vittorio Fineschi parla di dodici
fratture,
segni di percosse, bruciature, tagli, colpi di bastone, accompagnate
da coltellate in tutto il corpo di Giulio Regeni.

I depistaggi, le indagini e le bugie

Le autorità egiziane
– come abbiamo già scritto – sostengono, in un primo momento l’assurda
pista dell’incidente. In questa fase, non esitano a gettare fango sulla
condotta morale di Giulio Regeni (e a ben vedere, questa è stata
un po’ una costante in questo doloroso anno in cui, è bene ribadirlo, la verità
per Giulio Regeni
è ancora lontana dall’essere accertata, scritta almeno
per quella parte di opinione pubblica che si accontenta delle cosiddette
“versioni ufficiali” che, non tengono conto minimamente di cosa si celi dietro
questa morte violenta, dietro questo omicidio di governo dittatoriale
che però chiama in causa, in modo diretto anche il suo omologo italiano n.d.t).
Le autorità del paese africano, hanno prima parlato di un assassinio legato
ad ambienti omosessuali (e nel momento in cui parlano in questo modo di Giulio
Regeni
smascherano, uno dei drammi che avvolgono l’Egitto precipitato
sotto la cappa asfissiante della dittatura militare che, non
rispetta niente e nessuno, figurarsi, i diritti dei gay, come per
altro avviene, in altre parti dell’Africa n.d.t). Ma non era questa la verità
sul Caso Regeni. Passa del tempo. A questo punto, qualcuno molto
vicino ai poteri d’influenza del potente “Generale-Presidente-Golpista”
al-Sisi
riceve l’ordine che, la morte violenta del ricercatore è
legata a questioni di droga. Ma anche questa si rivela falsa. Tuttavia,
al Cairo non demordono e naufragata una pista, ecco subito pronta
un’altra, ancora più ridicola di quella appena tramontata. Regeni, dicono,
le autorità egiziane è caduto vittima di una banda di rapinatori. E
intanto passano i mesi, lunghi e caratterizzati da un unico comune denominatore
: i depistaggi. Ma intanto la drammatica verità e realtà che
si cela dietro la morte violenta di Giulio Regeni è ormai
diventata di dominio pubblico – persino nella silente Italia – e, a
questo punto, dopo mesi, le autorità sono costrette ad ammettere che la
potente polizia di al-Sisi stava indagando su Giulio Regeni.

Fin qui le tappe di questa amara vicenda ma, ora, per inquadrare meglio quello che è accaduto dobbiamo addentrarci nel contesto, in cui matura prima la sparizione poi la morte violenta del ricercatore italiano.

Quella del contesto
è una delle voci decisive per inquadrare il dove, come e quando si arriva
poi alla scoperta del 3 febbraio 2016.

-Il contesto

Nell’Egitto tornato
saldamente nelle mani dei militari era (ed è) in atto una repressione
volta a colpire i ricercatori (come lo era Giulio …),
i giornalisti (per reprimere la libertà d’espressione e di
stampa …) e gli scrittori (che in quanto intellettuali sono
ritenuti dal regime, tra gli individui più pericolosi perché, capaci di orientare
l’opinione pubblica). 
In quei giorni (il picco) ma anche nei mesi seguenti, al-Sisi architettò una vera inquisizione: eccolo, dunque, il contesto in cui avviene, matura e si consuma l’omicidio di Governo di Giulio Regeni.

Solamente la miopia dei vari governi italiani (prima quello a guida Renzi e poi quello attuale a guida del suo omologo Paolo Gentiloni n.d.t) non sono in grado di vedere e valutare, anche se qui, entrano in ballo altre questioni che, certo, non fanno onore al governo di Roma.

Perché in Egitto avviene
tutto questo?

Riannodiamo il filo
che fa da sfondo agli eventi di tutta questa vicenda. Per farlo, tuttavia, è necessario addentrarci nella storia recente del grande paese africano.

Dopo la “Rivoluzione”
che aveva dato vita alle “Rivolte arabe” – meglio note in Occidente e qui, in Italia, con l’espressione giornalistica di “Primavere arabe”.

Bisogna partire da
qui : il lettore mi perdonerà se torno indietro, nel tempo, riportando le lancette dei vostri orologi, alle grandi giornate del 2011. L’anno
delle rivolte che sconvolsero il mondo arabo e impaurirono (e non poco) l’intero e civilizzato occidente. In Egitto, quelle erano le giornate dell’eccitazione che portarono alla cacciata del tiranno
Mubarak,
che aveva saldamente le redini del potere egiziano, praticamente
da sempre.

Il risultato di
quelle proteste e di quella sollevazione popolare favorì l’ascesa al potere governativo dei Fratelli Musulmani portando nella stanza
dei bottoni, il presidente Morsi (tuttavia con il sostegno del voto degli elettori egiziani n.d.t).

Non era esattamente
il tipo di risultato che si aspettavano le potenze occidentali, compresi
gli Stati Uniti. Anzi. I Fratelli Musulmani erano invisi
all’intero Occidente e, quindi, si preferì favorire un cruento colpo di stato  – come non se ne vedevano da molti anni nell’intera Africa – un Golpe vecchia maniera con tanto di ritorno dei militari al potere. La riprova che questa era la
soluzione giusta sta nel fatto che tra i primi ad omaggiare e a riconoscere la validità del nuovo governo golpista, è stata proprio l’Italia con
il governo Renzi, primo leader occidentale a omaggiarlo
addirittura, in pompa magna a Roma … forse perché, da sempre Roma è
una delle capitali che fa più affari con il paese africano … magari, certo, chiudendo un occhio sulla mancanza del riconoscimento dei diritti
umani.

Si decise di
togliere di mezzo i Fratelli Musulmani, sostanzialmente per far naufragare (prima che fosse troppo tardi) le aspettative della Rivoluzione divampata due anni prima, in Tunisia e che dall’Africa e, soprattutto da Piazza Tahrir dove, l’Egitto e i giovani, insieme agli attivisti
avevano osato chiedere e pretendere, a gran voce (tanto da essere arrivata anche alle violente dittature delle monarchie del Golfo e mediorientali n.d.t), più democrazia, libertà, il rispetto
dei diritti umani e più lavoro : guarda caso tutte quelle cose
che ora, il nuovo presidente statunitense Trump, sei anni dopo, sta mettendo in discussione e sotto attacco, addirittura, nel cuore dell’Impero occidentale, gli Stati Uniti.

Quella Rivoluzione
fece paura all’occidente ma anche allo stesso Continente nero, in quell’Africa che, dopo oltre 40 anni tornava a rialzare la testa, dopo le grandi rivoluzioni degli anni Sessanta e Settanta del Novecento capaci di portare fino all’Indipendenza do
molti stati africani.

-La voce degli intellettuali e attivisti egiziani…

 Una volta ripreso il potere dopo il colpo di stato del 3 luglio 2013, il Generale al-Sisi ha impresso una svolta drammatica, costringendo la società civile egiziana, a convivere con la paura e lo “Stato di Polizia”. Di questo parere è anche lo scrittore egiziano Ala Al-Aswani, conosciuto e seguito anche in Italia : ecco la sua denuncia che aiuta meglio a inquadrare il contesto in cui Giulio Regeni, ha svolto il suo importante lavoro di ricercatore.

L’Egitto ormai è uno stato di Polizia.
Viviamo nella tensione da mesi. Qui il livello di repressione è altissimo, più
che ai tempi di Mubarak. All’epoca almeno si era liberi di dissentire. Oggi c’è
più censura, ci sono più arresti politici, c’è gente che scompare. E’ c’è gente
anche che muore in maniera misteriosa”.

Ecco un’altra dura
realtà: nell’Egitto tornato sotto la cappa opprimente della dittatura dei generali, si torna a parlare degli “scomparsi”, dei desaparecidos, triste retaggio delle cruenti dittature latinoamericane del
ventennio che va dagli anni Sessanta agli anni Ottanta del
cosiddetto “secolo breve”.

Al Cairo, la
grande capitale egiziana, si contano un numero imprecisato di desaparecidos
– che tuttavia gli attivisti egiziani denunciano essere già migliaia
– come accadeva nello scorso secolo in Argentina e in Cile e,
nel resto del Sudamerica – e basta questo dato seppure parziale, a
descrivere, in quale difficile contesto si trovava a operare e a lavorare Giulio Regeni, che, comunque, è opportuno sottolinearlo, non era certo uno sprovveduto né un individuo in cerca di avventura. Al contrario, si muoveva e lavorava da accademico, altrimenti, non avrebbe mai potuto rappresentare una delle Università più prestigiose quale quella di Cambridge.

Qui in Africa, militari alle dipendenze del “Generale-Presidente-Golpista” – che
tanto piace all’Italia e all’occidente in generale … al-Sisi da scaltro “uomo di potere” è stato abile ad accreditarsi agli occhi degli occidentali, in nome della comune lotta contro il terrorismo di matrice jihadista
ossia, ha speso il buon nome dell’Egitto garantendo un aiuto decisivo nello sconfiggere Daesh pur guardandosi bene, dal confessare le sue mire sulla Libia che sogna di annettersi in parte, ossia quella confinante con il grande paese africano per dare vita, al sogno del “Grande Egitto” – agiscono indisturbati : i desaparecidos non sono registrati in nessuna centrale di polizia e riappaiono (se lo fanno … e se hanno la fortuna di riuscire) solo settimane dopo con evidenti segni di tortura e “profondamente cambiati”.

Queste drammatiche
denunce sono state rilasciate, sotto forma di racconto-testimonianze dai
familiari delle vittime al quotidiano statunitense New York Times.

Perché è morto Giulio
Regeni
?

Alla luce di quanto abbiamo ricostruito fino a questo momento, in questa amara vicenda, possiamo avere una certezza : il ricercatore italiano è morto, più di un anno fa, al Cairo, in Egitto, in Africa, a causa del suo lavoro.

Al Cairo, Regeni stava
lavorando su un tema molto sensibile per le autorità egiziane

Sindacato e diritti del lavoro.

Due argomenti invisi alla dittatura militare. Nell’Egitto di al-Sisi
vengono sistematicamente calpestati i diritti umani e, le voci degli attivisti (inascoltate qui in occidente …) sono urlanti e disperate. Ne cito qualcuna tanto per far capire al lettore quale sia stato il contesto in cui è maturata la morte violenta e sotto tortura di Giulio Regeni.

Il difensore dei diritti
umani Gamel Eid, avvocato
per l’Arabil network for human rights informations, insieme ad altri come, sottolinea anche lo scrittore
Al-Aswani
denunciano : 

“La situazione
in Egitto è senza precedenti, molto peggiorata dall’era di Mubarak”
e conclude “La repressione contro intellettuali, i ricercatori, scrittori, sta diventando inquisizione pura e semplice”.

E’ la stessa storia
che conduce alla morte violenta di Giulio Regeni che attraverso il suo lavoro, aveva scoperto verità che il governo-golpista del Generale al-Sisi non voleva che diventasse di dominio pubblico in Europa e
nel resto del mondo.

 

-Il Diario di Giulio Regeni

 Nelle varie e tribolate fasi dell’inchiesta giudiziaria sul Caso Regeni sono venute fuori alcune novità che altro non fanno che confermare che l’assassinio di Giulio Regeni è stato deciso, pianificato e ordinato molto in alto nella gerarchia del Regime di al-Sisi. A ridosso del primo anniversario della scomparsa del ricercatore italiano, è arrivata la conferma che, Giulio, in Egitto annotava tutti gli sviluppi del suo lavoro, in un diario. Si tratta di un documento fondamentale per capire l’importante ricerca ce stava effettuando prima di morire.

Il documento è
scritto in un ottimo inglese ed è costituito da 10 report : ci
sono sensazioni, perplessità, aspetti umani, professionali su persone e luoghi nell’ambito della ricerca che stava svolgendo in Egitto, già
ripiombato nella spirale della dittatura militare guidata da al-Sisi.

Giulio Regeni, focalizza le sue attenzioni su una decina di
ambulanti : studiando e interessandosi alle loro condizioni sociali,
economiche
e sindacali. Incontra e osserva questi umili lavoratori in diversi mercati del Cairo, perché anche qui, in Egitto come, nel resto dell’Africa, sono proprio i mercati, lo specchio
veritiero delle condizioni di vita se, l’obiettivo di chi osserva, ha come fine
ultimo di comprendere il complesso andamento della società e, l’Egitto, non fa differenza da altre realtà del Continente nero seppure, qui,
al Cairo, ci si trova in una delle metropoli più grande
dell’intera Africa.

-Il dialogo tra Abdallah e Giulio

Il video che è stato
diffuso dalle autorità egiziane sono la prova diretta di una trappola : Mohammed Abdallah che riprende (con una microcamera che poteva essere in dotazione solo a professionisti delle forze dell’ordine del paese africano e, infatti, fu fornita da un capitano della National security agency egiziana, una
struttura che dipende direttamente al potente ministro dell’Interno Ghaffar,
ma anche così, non poteva che agire su un ordine preciso e, quell’ordine, poteva arrivare solo da al-Sisi n.d.t) Giulio Regeni con l’unico
scopo di incastrarlo, per farlo passare come una spia o finanziatore dei sindacati, in chiave anti-governativa.

Ma l’obiettivo
fallisce miseramente : Giulio Regeni è una persona perbene, abituato, a non far ricorso al denaro degli altri.

Ecco alcuni passi
del dialogo :

    Abdallah : 

    “Il giorno 5 mia moglie ha un intervento per
un cancro e io devo cercare denaro, non importa dove …

          Giulio : 

     Ma questi soldi non sono miei. Non li posso usare come voglio. Non posso segnare che li ho usati per fini personali…

    Abdallah : 

     Non c’è un canale alternativo per utilizzare
il denaro a titolo personale?
  

     Giulio

     Giuro che non lo so, perché questi soldi non sono legati a me. Dalla
Gran Bretagna al Centro egiziano e dal Centro egiziano alla banca…


Abdallah : 

     Che tipo di informazioni ti servono per il
progetto? Così comincio a lavorarci da subito…

    Giulio : 

     Qual è la cosa più importante per te per
quanto riguarda il sindacato e quali sono i bisogni del sindacato…

 

-La drammatica denuncia dell’attivista egiziana Mona Saif.

L’ultimo tassello che ci aiuta nella ricostruzione delle condizioni disumane in cui è costretto a vivere il popolo egiziano arrivano dall’esperienza diretta di una delle donne-attiviste più impegnate dell’intero Egitto.

La prima cosa che
racconta è anche la più inquietante, secondo Mona Saif, la polizia
egiziana non è più controllabile.


“La Polizia è fuori controllo”


dice la fondatrice della campagna 

“No ai processi militari ai civili“.

Per quanto concerne il Caso Regeni, ha le idee chiarissime di chi sa come vanno le cose nel grande paese africano, al
tempo della dittatura al-Sisi.

“Quanto è successo va cercato tra i crimini
del Regime di al-Sisi”.

Perché bisogna
muoversi in questa direzione per risalire agli assassini del ricercatore
italiano
?

Lo spiega in poche
parole Mona Saif.


“L’obiettivo è colpire chi mobilita le
proteste. Lo scopo è zittire chiunque faccia un lavoro dal basso. Questo
include islamisti e socialisti”.


In conclusione, l’attivista,
torna a parlare della Polizia.

“La Polizia è fuori dal
controllo dello Stato. Ormai i poliziotti devono ricevere ordini speciali
perché non ci siano torture”.

Le ultime
drammatiche parole, sono il viatico migliore per capire il perché Giulio Regeni è diventato “Uno di noi”, come
hanno sempre ribadito, in questi lunghi 365 giorni “Senza Giulio” e,
lo hanno fatto, detto e pensato i parenti delle vittime, i familiari, le madri
degli attivisti “spariti”, desaparecidos, sindacalisti che si battono contro la repressione da “Stato di Polizia”, l’unica soluzione che può servire al “Generale-Presidente-Golpista” al-Sisi, l’unica certezza che possa garantirgli di restare al potere, mentre, il popolo egiziano
soffoca, sparisce e muore. Proprio come è accaduto a Giulio Regeni.

Come può, il governo
italiano non pretendere che venga fatta giustizia per Giulio
Regeni 
e, quindi, ristabilire la
Verità?

Non potrà mai farlo finché, questo paese, l’Italia non è in grado di riconoscere il reato di tortura che garantisca, allo stesso tempo i cittadini ma anche gli agenti, in modo che qualsiasi abuso di potere, non passi mai più impunito : ma fino a quel giorno, non ci sarà nessuna giustizia e verità per Giulio Regeni : si spiegano anche così, i continui depistaggi che al-Sisi ha potuto mettere in atto perché, l’Italia, non poteva (e non può) fare la voce grossa sulla pratica delle tortura di Stato.

Ma senza verità
non ci può essere nessuna pace,
recitava uno dei tanti striscioni che hanno
tappezzato i muri delle città italiane e le fiaccolate che in
occasione dell’anniversario si sono svolte da Nord a Sud perché, Giulio Regeni merita che la verità venga finalmente fuori e, a trionfare, non
sia
la ‘normalità della tortura’.

Dedico questo mio articolo alla famiglia e a tutti gli amici di Giulio Regeni.

(Fonte.:ansa;nytimes;anhri;ahram;wilsoncenter;aljazeera;repubblica;amnesty)

Scritto da Bob Fabiani

Link

www.ansa.it;

www.nytimes.com;

anhri.com;

emglish.ahram.org.eg;

www.wilsoncenter.org;

www.aljazeera.com

www.repubblica.it;

www.amnesty.it

* Sullo stesso
argomento vi rimando a : bobfabiani.blogspot.com

-Altrainformazione/Africaland/Egitto/Giulio-Regeni;

-Altrainformazione/Appelli
e Diritti Umani/Regeni;

-Altrainformazione/Libera-informazione/Regeni

-Altrainformazione/Appelli
e Diritti Umani/mona-saif-appello-dopo-morte-violenta-giulio-regeni


Donald Trump

Storia semi-seria della chiusura dell’ONU, ordinata da Donald Trump (con la complicità di Putin).

Che cosa potrebbe accadere se veramente l’ONU e il Palazzo di Vetro dovessero clamorosamente chiudere i battenti dopo le “sparate” del neoeletto presidente degli Stati Uniti?

Proviamo a immaginarlo andando all’origine della notizia dove, tutto ha avuto inizio.
Antefatto a un “colpo di mano”…
Gli ultimi giorni del 2016 hanno visto una insolita ‘guerra di posizione’ all’interno delle massime istituzioni americane. E’ accaduto che l’amministrazione uscente, guidata dal primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti, Barack Obama e, quella del presidente eletto Donald Trump praticamente dissentissero su tutto : sulla visione della politica ambientale su quella economica, senza tralasciare la politica estera da sempre, fondamentale per l’America. 

Capita poi, che i “due presidenti” abbiano visioni opposte sul Medio Oriente e, tutte le guerre drammaticamente lievitate negli ultimi quindici – venti anni.

Tutto ebbe inizio con la decisione drammatica, di un altro presidente repubblicano, Bush Jr, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle di New York : era la mattina dell’11 settembre 2001.

D’imperio, il presidente conservatore impose (e l’occidente, compresa l’Europa accettò, sull’onda emotiva del momento) “l’esportazione della democrazia” con le armi e con le guerre colonialiste. 
Una scelta e una decisone che risultò perdente sin dall’inizio, come poi, impietosamente, si rivelò anche sul campo.

Una presunzione pagata a caro prezzo. In termini di vite umane e di spesa economica.

Obama e Trump, hanno anche una visione diversa su come gestire il conflitto infinito tra Israele e Palestina che, seppure del tutto sparito dalle prime pagine dei media occidentali non ha mai cessato di esistere. Del resto è proprio quel conflitto irrisolto la miccia che ha poi fatto divampare la totalità degli incendi in tutta la regione anche se ora, la situazione è più complessa dopo l’avvio e lo scoppio delle “Rivolte arabe” che i mass media in occidente, hanno sempre voluto chiamare “Primavere arabe”.
La realtà delle cose rende del tutto imprevedibile l’evolversi della situazione anche perché da quella esperienza, i vari popoli e cittadini hanno visto svanire del tutto la speranza e il sogno di conquistare la libertà, la democrazia e i diritti umani. 

Paradossalmente, quell’incendio e quella grande dimostrazione di impegno sociale ha prodotto il ritorno di drammatiche dittature come nel caso dell’Egitto oppure, nelle disumane monarchie del Golfo, non ha nemmeno consentito che si potesse scendere in piazza per protestare e per chiedere finalmente il riconoscimento dei diritti civili per i cittadini.

Ma tutto (almeno qui in Medio Oriente n.d.t) ha avuto inizio con il drammatico conflitto israelo-palestinese – datato ormai più di mezzo secolo prima – non appena si spense l’eco del secondo conflitto mondiale;   anche se poi, nei vari passaggi, ha finito con l’investire i delicati equilibri interni all’Islam finendo con il favorire la nascita di quell’”Islam Radicale” che alimenta la cosiddetta “Jihad Globale” che, ha caratterizzato tutto il “ribellismo musulmano” – certamente in Medio Oriente – ma anche arrivando a infiltrarsi in quasi tutta l’Africa e, lambendo (pericolosamente) le periferie degradate della civilissima Europa. 

Questo caos-geopolitico ha prodotto alcuni “fenomeni” di terroristi (se dobbiamo ragionare per forza con i parametri occidentali). Negli anni ottanta del Novecento e poi, nel decennio successivo, all’interno del “ribellismo islamico”, si andava affermando il “network” riconducibile alla guida di Osama Bin Laden che aveva saputo riunire le istanze dei musulmani : era nata ufficialmente Al Qaeda che avrà il suo apice negli attacchi alle Torri Gemelle a New York (2001). 

Il problema fu sottovalutato o non capito affatto e, la dimostrazione furono poi, le disastrose campagne militari – vere e proprie guerre colonialiste – che la coalizione guidata dagli Stati Uniti (più tutti gli altri, compresa l’Italia n.d.t) hanno reso il mondo un posto molto meno sicuro per milioni di cittadini. I disastri sono sotto gli occhi di tutti : oltre alla distruzione dell’Iraq (all’inizio della famosa “esportazione della democrazia” guidato da Saddam Hussein n.d.t), preceduta dalla guerra in Afghanistan, c’è stata prima la guerra in Libia (era il 2011 n.d.t) per liberare il paese nordafricano da Gheddafi e, quasi in contemporanea, la drammatica guerra civile fatta divampare in Siria e, quella nello Yemen, il paese più povero dell’area. Tutte queste crisi hanno due fattori coincidenti : la folle decisione dell’ex presidente americano Bush Jr e, il tentativo altrettanto folle di voler stanare il terrorismo jihadista praticamente in tutto il mondo. Ma anziché riportare l’ordine e la pace, questi drammatici errori commessi dai leader politici europei, americani, africani e mediorientali, senza ovviamente tralasciare l’Asia e, con essa la Cina e, uno dopo l’altro quei paesi dove i musulmani non solo sono la maggioranza come etnia ma occupano anche i primi posti per religione – paesi dove sono totalmente assenti i diritti umani e la democrazia – rappresentano la frontiera dove potrebbero divampare i prossimi incendi se, quei stessi leader non riusciranno a fare tesoro dagli errori di valutazione del recente passato.

Negli ultimi giorni del 2016, improvvisamente quel conflitto che vede contrapposti israeliani e palestinesi è tornato di drammatica attualità. Come spesso accade per decisioni prese (e stabilite dallo stato ebraico n.d.t) e dal primo ministro, Netanyahu.

All’interno di Israele e dell’opinione pubblica di quel paese, negli ultimi anni, ha preso sempre più piede, spazio politico e potere l’estrema destra – quella    più oltranzista, reazionaria – che sogna di cancellare i palestinesi dalle loro terre. Questa destra è potentissima anche all’interno del parlamento e, per soddisfare queste “mire colonialiste”, Netanyahu, ha varato un disegno di legge che autorizza i “coloni ebrei” a costruire sia a Gerusalemme est sia nei Territori Occupati sia in Cisgiordania. 

Si tratta – come poi ha ratificato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di “insediamenti illegali” – che non possono essere edificati su quella terra che non appartiene ai coloni. 

Questa clamorosa bocciatura di Israele è potuta passare con la storica astensione degli USA voluta da Obama.

La decisione dell’amministrazione Obama ha irritato il presidente eletto che, ha subito dato man forte, alle critiche (molto pesanti) del presidente israeliano, nei confronti delle Nazioni Unite; Trump però ha calibrato male il tono delle sue parole e, alla fine, ha finito con lo spingersi, come suo costume, molto oltre. 
Il giorno seguente al voto della risoluzione dell’ONU, il presidente eletto, usando i social e il suo account Twitter, un’ora dopo l’altra, iniziava a gettare “fango” con i suoi celebri “cinguettii” – prontamente riportati da tutti i siti di notizie e, praticamente, come hanno fatto tutti i quotidiani americani – all’indirizzo delle Nazioni Unite. 

Ne è venuta fuori una critica estremizzata e, per nulla consona alla figura istituzionale di un presidente di una super-potenza, seppure in declino, come quella americana : ma #TheDonald, non è tipo da guardare troppo alla “buona educazione istituzionale”, per lui queste, sono cose “superate”, di nessuna importanza egli, si sente in dovere di poter criticare e attaccare chi vuole, dato che è uscito vincitore dalle elezioni e dalla peggiore campagna elettorale di sempre.

Estremizzando la sua critica, Trump scrive : 

“Le Nazioni Unite sono un club dove la gente si ritrova a fare chiacchierare e a divertirsi”. 

Il finale è un crescendo : #TheDonald e la sua squadra di generali e potenti petrolieri, non hanno per nulla gradito che, il Consiglio di sicurezza ONU, abbia richiamato e condannato Israele e, si sia addirittura spinto a intimare l’alt agli “insediamenti illegali” ai danni del popolo palestinese. Del resto l’amministrazione Trump, ha già fatto intendere che non avrà alcun riguardo per il diritto di esistere della Palestina. All’interno dello staff presidenziale considerano i palestinesi alla stregua dei più efferati e pericolosi criminali nonché, dei fondamentalisti islamici pronti alla Jihad-Intifada e, quindi, in virtù di questo schema, #TheDonal si schiera preventivamente dalla parte di Israele e conclude : “Il Palazzo di Vetro ha un potenziale enorme” ma, lo “impiega male” e quindi giunge alle sue conclusioni “non ha futuro, meglio chiuderlo”.

Così parlò il presidente eletto.
Da queste frasi abbiamo provato a immaginare cosa potesse accadere se, dalle minacce si passasse alle “vie di fatto” e, in un colpo solo si chiudesse per sempre la sede storica del Palazzo di Vetro, nella città della “Grande Mela” e quindi si procedesse alla chiusura definitiva dell’ONU. 

Quali sarebbero gli scenari futuri?

“La Nuova Santa Alleanza”

Scopriamolo in questo racconto di fantasia ma che, presto o tardi.

Sede della Trump Ocean Club International Hotel & Tower (Panama) : Incontro segreto tra gli staff di Trump e degli uomini del presidente russo, Putin.* 

L’incontro era stato preparato stando bene attenti ai più insignificanti dettagli : il magnate della “Grande Mela” – alias New York – il grande imprenditore e anche uomo di successo del vorace mondo televisivo americano, quello più trash e dei talk show – dato ormai in grande ascesa, anche per l’altro mondo quello della politica, era stato categorico, come suo solito. 

Tra un impegno e l’altro aveva radunato tutti i suoi subalterni (come gli piaceva chiamarli negli slanci piuttosto rozzi e un tantino razzisti … affermavano i suoi numerosi detrattori sparsi, un po’ ovunque in America e chissà in quale altra parte del mondo dove, il magnate, il “palazzinaro” 

…come si usa dire dalle mie parti.

Il corruttore avesse un qualche barlume di interesse o, come egli stesso ama dire “affari”) e, una volta messi in fila indiana nella sala-conferenze della “Trump Tower” qui a Manhattan aveva iniziato a catechizzare, a uno a uno, i suoi collaboratori-subalterni.
-A che punto siamo con i preparativi? – domandò piuttosto di cattivo umore Donald Trump al suo braccio destro, colui che aveva il compito di tenere le fila con l’estero e, soprattutto con Mosca.

Lo zelante collaboratore di #TheDonald – come lo chiamavano anche importanti firme del giornalismo americano – tirò fuori il suo “i-pad” – una macchina perfetta per avere tutto il mondo a portata di mano e di click – e guardò rapido, a che punto fossero arrivate le “trattative” per un incontro al vertice con il potente “ nuovo Zar” di Russia, al secolo : Vladimir Putin.
Il magnate americano era un amico di vecchia data dell’”uomo forte” di Russia e, poi, negli ultimi tempi, era stato proprio #TheDonald con il suo grande impero e, a sua volta con tutta la “grande finanza” che conta – quella che in un attimo è in grado di muovere miliardi di dollari di investimenti – in men che non si dica, a tenere a galla la Russia, dopo i ripetuti embarghi voluti sia dall’Onu sia dall’amministrazione dell’odiato presidente “negro”, come era solito etichettarlo Donald J. Trump quando, magari si trovava, nel pieno di qualche cena d’affari oppure, in qualche pausa televisiva dei suoi innumerevoli appuntamenti televisivi con i quali, era riuscito a diventare familiare e popolare per milioni di americani. Non si limitava solo a sbeffeggiare il colore della pelle dell’attuale presidente americano ma, anni addietro, all’epoca del “primo mandato”, (il 2008) era stato uno dei primi, sicuramente il più attivo, nel suonare la carica allo sbandato, depresso partito repubblicano (“il vecchio Gop”, come lo chiamano qui in America sia chi lo ha sempre votato sia chi, e sono milioni, non hanno mai dato il loro voto per un esponente conservatore), riuscendo a indicare la strada con la quale indebolire, giorno dopo giorno, non solo e non soltanto l’esecutivo del “negro” ma lo stesso partito democratico … anche se poi, a ben vedere, qualcuno, in tempi non sospetti e, proprio a ridosso di questi fatti che vi sto narrando; aveva prodotto, inequivocabili dimostrazioni che, almeno per una lontana stagione, il magnate-newyorkese, avesse fatto persino parte dei democratici ma, poi, se ne era andato, capendo all’istante che, in quel partito non c’era alcun spazio per chi avesse in mente di sparigliare le carte… 

Dicevo, appunto, che #TheDonald era stato il primo a far capire ai conservatori (con la bava alla bocca per l’onta subita di essere stati battuti da un “negro”) come mettere in discussione la leadership del politico che aveva riacceso la speranza in tutta l’America, soprattutto quella della comunità afroamericana. Iniziò una campagna durissima. Intraprese una campagna “dell’odio etnico” che mirava a convincere gli americani (quelli che si lasciavano facilmente suggestionare) che Barack Obama, con quel “razza di nome”, diceva nelle prime interviste e apparizioni televisive, in cui sondava il terreno di quel che poi sarebbe accaduto, il semi-sconosciuto Donald Trump : uno dei tanti imprenditori di cui l’America ne è sempre stata costellata “non può essere un vero americano” e subito incalzava la telecamera e, il malcapitato giornalista che lo stava intervistando con epiteti irripetibili “ve lo dico io chi è Obama : è un’impostore. Andrebbe destituito. Non è il vero presidente degli Stati Uniti”.
Questo episodio sognò l’inizio di quel fenomeno che anni dopo, tutti gli analisti e gli esperti di comunicazione hanno chiamato con un nuovo neologismo : era nata la stagione della ‘Post-Verità’. Un nuovo-vecchio modo di “narrare” e di informare : un modo manipolizzante di imporre una “verità di parte”, assolutamente non veritiera ma in grado di fare breccia nell’opinione pubblica, compresa quella americana.

Il collaboratore di Trump stava osservando gli ultimi dati prima di rispondere al grande imprenditore. Passò ancora qualche minuto e, a quel punto #TheDonald, sbottò.

-Allora ce l’abbiamo una data o devo intervenire io?

-No Donald, stiamo attendo che “lo Zar” – così lo chiamavano nel “Clan Trump”, in quel periodo – ci comunichi quando è libero dagli impegni internazionali.

-Ma voi gli avete detto che voglio incontrarlo e che è urgente?

-Certamente!

Non appena l’uomo che curava i rapporti con la Russia disse quella semplice parola, uno dei telefoni portatili di #TheDonald, squillò.

Dall’altra parte della cellula telefonica la voce imperiosa di uno dei suoi tanti avvocati gli stava comunicando qualcosa di molto importante. Quella telefonata lo innervosì. Certo, non lo sorprese poi più di tanto ma, almeno inizialmente, la cosa lo infastidì, in modo indicibile.

I tipi come #TheDonald, imprenditori che muovono miliardi di dollari con i loro affari – quelli che i vari detrattori o peggio gli attivisti che odiano la “grande finanza” chiamano “sporchi capitalisti” – non amano essere colti di sorpresa. Preferiscono di gran lunga avere tutto sotto controllo e, tassativamente, amano avere l’ultima parola, quella decisiva.

Il giovane avvocato alle dipendenze di Trump lo convocò nella loro stanza off-limits.  

Era la stanza-studio dove Donald Trump organizzava i “summit segreti”. I fortunati che potevano metterci piede si potevano contare sulle punte delle dita. 

Con una scusa qualunque, il magnate ordinò il “rompete le righe” di tutti i collaboratori e, essendo quello un venerdì decise di concedere l’intero week-end libero a tutta la squadra.

-Ci rivediamo qui alla base lunedì mattina puntuali alle undici.

Dieci minuti dopo, Trump, si ritrovò nella stanza-studio della “Trump Tower” con tutta la squadra dei suoi legali. Intuì che ci fosse qualcosa di grosso che bolliva in pentola, del resto, non è che non avesse pendenze varie in giro per l’intera America ma, anche se così fosse, pensò tra sé, in quei momenti in cui la riunione non era ancora ufficialmente iniziata; nulla giustificava quella convocazione in fretta e in furia, tanto da fargli disdire tutti gli impegni già presi. 

Quando “Donald” (come lo chiamavano lo stuolo di avvocati che finivano sul libro paga che si onorava del prezioso autografo) si trovava di fronte ai suoi legali era, una delle rare occasioni che concedeva a qualcuno che non fosse lui, di dettare la linea della riunione. In una parola, non era lui il principale artefice del summit. Davanti a quegli “uomini di legge” capiva che doveva rimanere in silenzio anche se poi, a voler guardare in profondità; anche con gli avvocati era sempre #TheDonald a impartire gli ordini. Non del tutto però, capitava che qualche volta, anche il “grande palazzinaro” dovesse, accettare le regole e fare esattamente ciò che gli si chiedeva di fare. 

Mancavano esattamente sei mesi all’inizio della lunga cavalcata elettorale che dopo oltre un anno di sfide e duelli avrebbe condotti tutti a scegliere il nuovo presidente statunitense : colui o colei (si c’era la possibilità che fosse per la prima volta una donna a diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti) che avrebbe preso il posto del “negro”. Finalmente. Si doveva passare prima dalle sfide per la leadership del partito di provenienza – stava spiegando il capo dei suoi legali – ma, in tutta franchezza, Trump, non capiva il perché stavano perdendo del tempo – sicuramente prezioso per qualche affare, in qualche posto d’America – addirittura parlando del “viatico che serve per arrivare a Washington e per entrare dall’entrata principale della Casa Bianca”, disse il grande avvocato, uno dei più importanti di New York. 

Donald Trump, era sempre impaziente quando si trovava catapultato in qualcosa che non era stato né organizzato né pensato da egli stesso, in prima persona. A un certo punto reclamò la possibilità di poter intervenire nella discussione.

Permesso accolto e concesso : in fin dei conti era pur sempre il “boss di tutti” quelli che si trovavano all’interno della stanza-studio, in quella storica giornata, quanto lo fosse, in realtà, non era in grado di saperlo neanche #TheDonald. 

Lo avrebbe scoperto di lì a pochi istanti e la svolta fu proprio alimentata dal suo intervento.

-Spiegatemi cosa sta accadendo : cosa significa tutto questo? Da quando in qua, ci interessa la macchina organizzativa delle elezioni presidenziali?

Rispose il capo del collegio-avvocati di #TheDonald. 

-Donald devi candidarti alle elezioni: il tempo c’è ma, non possiamo perdere neanche un istante. Devi decidere adesso. Ora.

-Che cos’è questo? Voglio saperlo! Se è uno scherzo, sappiate, che non è divertente : ma vi pare a voi che con tutti gli impegni e i progetti che ho, io posso perdere tempo per la politica?

-Non è uno scherzo, Donald – rispose perentorio l’avvocato penalista del magnate.

Non poteva crederci. Non voleva crederci : e poi, quella era una idea che non stava in piedi. 

-Scusate ma che cos’è questa novità?

A quel punto tutta la squadra di legali del magnate-newyorkese si adoperò per spiegare a Trump, il motivo principale per il quale se, avesse accettato di correre prima alle primarie e poi alle presidenziali : le proiezioni in loro possesso, lo davano addirittura vincente.

Ora, neanche per un personaggio sopra le righe come Trump che, apprende, in modo del tutto rocambolesco di dover “scendere in campo per le Presidenziali” poteva lasciare le cose immutate. Come se nulla fosse accaduto. Il fatto era presto spiegato : anche il magnate Donald Trump, non poteva paragonare quel momento, a qualcosa che avesse già vissuto, in precedenza. Ritrovarsi, improvvisamente, come il principale candidato a diventare presidente degli Stati Uniti, non può essere, una “notizia facilmente assimilabile”. 

Digeribile.

Donald Trump è perplesso. Stenta a credere a ciò che ha appena ascoltato dalle voci, tutte illustri del suo collegio di avvocati. 

-Va bene quanto tempo mi resta per prendere una decisione? – chiese il magnate rivolgendosi agli illustri interlocutori, tutti protagonisti delle arene dei tribunali di New York e del resto d’America.

-Al massimo entro la fine di questa giornata la decisione deve essere presa.

-Ma lo sapete che io non faccio parte di nessuno di dei due parti o forse, fate finta di non ricordarlo?

-No, non lo ignoriamo, anzi lo sappiamo benissimo ma credo che sia un problema facilmente risolvibile.

Trump guardò dritto negli occhi il suo legale di punta quello in grado di battere qualsiasi corte. Lo guardava non proprio in modo amichevole. Dal suo punto di vista, qualcosa, non tornava. Come poteva accadere che, da un giorno all’altro, lui, Donald Trump, potesse essere addirittura il candidato vincente delle prossime elezioni?

-Dimmi esattamente cosa sta accadendo? Cosa è successo per indurvi a venire qui da me, oggi, e, uscirvene con questa storia ridicola?

-Senti Donald la situazione è questa : tu sei l’unico in grado di fermare i democratici e il loro folle piano di portare alla Casa Bianca quella “corrotta” di Hillary Clinton!

-D’accordo risparmiami la favoletta. Non ne ho voglia di buttare milioni e milioni di dollari in una cosa senza senso.

L’avvocato a quel punto decise di rompere gli indugi.

-C’è bisogno di una svolta. Bisogna cambiare tutto. Bisogna stravolgere tutto. Farla finita con i migranti, i musulmani, i negri. Bisogna fermare la follia della politica della globalizzazione.

Quelle parole fecero capire a Donald che non aveva margine di manovra : doveva fare lo sforzo di buttarsi nella mischia e, il resto sarebbe arrivato di conseguenza.

-Va bene sono pronto se questo serve a invertire la rotta. 

L’avvocato fece un giro di telefonate, giusto il tempo che Donald riuniva parte della famiglia per dare la “notizia sconvolgente”.

-Ancora una cosa, Donald : ti candiderai con il Gop, il partito repubblicano – disse l’uomo di legge, alle strette dipendenze di Trump.

-Certo mi sembra l’unica cosa saggia che è stata detta fino a questo momento.

La risposta irritò l’avvocato che lo riprese duramente.

-Non pensare sia un gioco, Donald, perché non lo sarà! Sarà durissima, non penserai che si diventi presidente degli Stati Uniti senza metterci tutte le energie indispensabili per vincere … Perché tutto questo, ha un senso solo se vincerai … Mi sono spiegato, Donald?

-Perfettamente!

Mesi dopo, Donald, stava ripensando a quel lontano giorno e ora che era nel pieno dell’agone politico per la conquista del vecchio Gop e poi di guadagnarsi il diritto a giocarsi la possibilità di prendere possesso della Casa Bianca, il luogo dove si poteva guardare tutti dall’alto al basso : una cosa che gli era sempre piaciuta; in lui c’era un ghigno di soddisfazione, soprattutto se “quella certa cosa” che gli era stata promessa dagli uomini di punta dello staff che lo avrebbe portato, in pompa magna sul ponte di comando. 
La telefonata che tutto il “Clan Trump” stava attendendo arrivò puntuale : l’incontro segreto tra i vertici di Putin e quelli di Donald, si sarebbe fatto, a poche settimane dal voto di novembre.

  

Colloquio tra Trump e Putin…

Interno della suite esclusiva della Trump Ocean Club International Hotel & Tower di Panama : i due staff si danno appuntamento ventiquattro ore prima dell’incontro al vertice tra gli amici di vecchia data, Donald Trump e Vladimir Putin. Per l’occasione, il magnate da disposizione che, il suo hotel di super-lusso fosse chiuso al pubblico, in modo che entrambi i personaggi potessero parlare senza intralci e problemi.
Nella giornata che precedette il summit segreto, uomini della sicurezza privata, alle strette dipendenze di #TheDonald e, quella dei servizi segreti russi si trovano già a Panama. Il lavoro non manca. Bisogna setacciare praticamente ogni metro quadro per cercare di prevenire se, ci fosse qualche male intenzionato; qualche nemico giurato di dei “uomini in vista” e, se, in ultima analisi – lungo il percorso – ci fosse la presenza di qualche cimice o peggio di qualche ordigno pronto a brillare al passaggio del lungo cordone di macchine a vetri scure e di rappresentanza.

Panama, ore 10 del mattino : inizia ufficialmente il colloquio segreto tra Donald Trump e Vladimir Putin. 

-Benvenuto Vladimir – esordì il magnate piuttosto di buon umore e completamente a suo agio con il potente ospite. 
-Buongiorno Donald : è sempre un piacere ritrovarti e poi, devo ammetterlo, adoro venire qui a Panama.

-Lo sai sei sempre il nostro ospite di riguardo.

Entrarono subito nel cuore del discorso e del motivo per cui si erano dati appuntamento a ridosso del voto elettorale americano. Come era facilmente intuibile, quello, per #TheDonald, è un periodo di grandi impegni, praticamente non si fermava mai, nel suo dispendioso impegno di visitare, in lungo e in largo, quella parte di America che, a detta del magnate, era stata colpevolmente “messa da parte” dal Partito Democratico statunitense e, ora, questa stessa America reclamava attenzione e soprattutto, volevano tornare a “far sentire la loro voce”. 

Arrabbiata. Disperata. Una voce ostile.

A rompere gli indugi fu il presidente russo.
-Caro Donald ascoltami bene. La proposta che ti sottopongo se verrà accettata avrà dei vantaggi per tutti.

-Ti ascolto dimmi pure.

-Non sto qui a menarla troppo per le lunghe sul problema degli embarghi per il mio paese e per le sanzioni decise in seno all’Onu ma, se tu vorrai seguirmi allora, possiamo ribaltare tutto. Creando i presupposti per un “Nuovo Ordine Mondiale”.

Trump non si scompose. Sapeva esattamente quale fosse il “codice comportamentale” con il “nuovo Zar di Russia”. Consisteva in due semplice mosse. Bisognava stare in silenzio e ascoltare poi, eventualmente, se si veniva interpellati, allora e solo in quel preciso istante, si aveva la facoltà di poter prendere la parola.

Valeva anche per Donald Trump. 

Il magnate dunque si mise in una condizione di attesa e, nel frattempo, ascoltò attentamente il discorso-lezione di Vladimir Putin. 

A differenza di altre occasioni, l’”uomo forte” di Mosca, era in vena di fare clamorose rivelazioni. Come suo solito dava l’impressione di avere tutto sotto controllo ma quella, in realtà, non era una semplice impressione : esattamente era la realtà dei fatti.

-Insieme possiamo fare grandi cose. Nessuno sarà in grado di opporsi alle nostre decisioni, neanche quelli delle Nazioni Unite. Il passaggio fondamentale – disse a bruciapelo il presidente russo – sarà la tua elezione a presidente degli Stati Uniti. 

L’aria della suite di super-lusso dell’Hotel del magnate-newyorkese venne come squarciata da quelle parole – molto impegnative – appena pronunciate da Putin.

-Tu ti insedierai alla Casa Bianca con relativa facilità, non preoccuparti e, a quel punto possiamo dare inizio al grande “Risiko internazionale”. 

Nulla sarà più come prima.

Trump sembrava sinceramente impressionato dalle parole dell’illustre (e potentissimo) ospite ma, fu abile a non commettere errori. 
-La prima mossa da fare è quella di procedere con una serie di annunci che mirano al “Protezionismo” in campo economico … In questo modo farai capire all’elettorato che ti occuperai degli americani. Degli ultimi. Di quelli che hanno perso il lavoro. Questo di consentirà di avere “mani libere” nel far capire che l’America, d’ora in avanti guarderà principalmente in casa sua. Alle sue aziende. Alla sua economia. 

Incredibilmente – constatò Trump – quelle parole e quel programma d’intenti era quello che gli era stato suggerito dagli uomini più vicini al suo entourage. 

Era l’inizio di una nuova éra.

Il presidente russo era un “fiume in piena”. Ormai stava tenendo la sua personale “lezione magistralis” da più di due ore e, da qualche minuto stava trattando il delicato argomento della “geopolitica internazionale”. 
-Appena diventerai il nuovo presidente americano nascerà un asse inedito tra Mosca e Washington. Qualcosa che non si è mai visto. Tu detterai la nuova linea mentre io risolvo le annose questioni medio orientali. Mentre tu sei impegnato a ricostruire i rapporti con Tel Aviv, io insieme a Erdogan mettiamo “ordine” in Siria e in Iraq. 

A quel punto Trump fu invitato a intervenire nella discussione.

-Concordo in pieno c’è bisogno di un “nuovo Ordine Mondiale” tuttavia, dobbiamo creare i presupposti per far partire il programma – propose il grande imprenditore, nato a New York.

-Certamente. Abbiamo bisogno di un appiglio e di sottoscrivere un’alleanza segreta tra noi che ci leghi indissolubilmente, uno all’altro.

Era il prologo finale. Sarebbero passati soltanto alcuni istante, poi, Putin avrebbe scoperto del tutto le sue carte. A quel punto, la decisione sarebbe finita tra le mani di Trump. A lui spettava l’ultima parola.

-La Russia e io, Vladimir Putin, daremo un supporto decisivo alla tua vittoria elettorale alle prossime elezioni presidenziali ma, dobbiamo procedere con il “Piano di chiusura delle Nazioni Unite”. Se tu accetti saremo in grado di creare una nuova organizzazione che si occuperà di riportare “ordine e disciplina nel mondo”.

-Si questo è anche il nostro obiettivo e lo annunceremo direttamente dal “Trump world Tower”, il mio grattacelo alto 262 metri e che è composto da 72 piani. Si trova esattamente nello stesso quartiere delle Nazioni Unite. Ho sempre pensato che la sede ONU non incida più come una volta. Sono per chiuderla perché è una perdita di tempo. E io detesto perdere tempo.

L’alleanza era stata sancita e, mentre il mondo intero ignorava tutto quello che era stato stabilito, ora, i due grandi uomini-amici stavano affrontando un argomento delicato : la Cina. 

Non era un mistero per nessuno che Mosca, da molti anni, non aveva un vero e proprio “feeling diretto” con Pechino e, tutto sommato, non si opponeva (in via di principio) all’asse che si andava prefigurando tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud in chiave anti-cinese e contro, l’altra Corea, quella del Nord considerata sia da Putin sia a maggior ragione da Trump “una seria minaccia sul piano della guerra nucleare” sbandierata ai quattro venti dal leader Kim Jong-un, praticamente ad ogni occasione.

-Non resta che brindare – disse in modo cerimonioso e ufficiale il presidente russo – Brindo al nuovo Presidente degli Stati Uniti, brindo a Donald Trump!

A questo punto era la volta di Donald Trump di scoprire (per intero) le carte in suo possesso. Sapeva esattamente cosa dire e come dirlo davanti a Putin, in pratica, dalle retrovie del “Clan Trump” era stato ben catechizzato da personaggi molto in vista e, che a elezioni vinte, avrebbero fatto parte della sua amministrazione. 

-Ci vuole mano ferma e noi l’avremo – esordì #TheDonald in quello che, a tutti gli effetti, poteva considerarsi il vero “discorso di investitura” davanti e al cospetto dello sponsor più in vista : il “nuovo Zar di Russia” – Abbiamo le idee chiare di chi dovremo colpire. Migranti. Musulmani e nemici dell’America e del nostro profitto economico. Non consentiremo più a nessuno di fare ciò che vogliono. Renderemo l’America ordinata e daremo spazio e consensi ai bianchi. Nessuno potrà mettersi di traverso.

Non c’erano dubbi : Trump e Putin sapevano parlare la stessa lingua quella autoritaria e anti-democratica.

-Dal punto di vista della politica estera, la “Mia America” non si occuperà più di Medio Oriente ma tuttavia, chi non si sottopone ai “nostri dettami” dovrà pagarne le conseguenze. Anche la Cina. Anche l’Europa che non potrà più venire in America a vendere le proprie merci senza pagare dazi di entrata. Ma soprattutto nei primi cento giorni ci occuperemo subito di “espulsioni di massa” per gli immigrati clandestini – disse in crescendo un Trump perfettamente calato nella parte del “nuovo uomo forte d’America” – e, nei passi successivi ci occuperemo di Messico e della chiusura delle Nazioni Unite. 

E’ finita per tutti,

“l’era della pacchia”…

*Questo è un racconto di pura fantasia scritto da Bob Fabiani. 

Scritto da Bob Fabiani

Foto fonte: Wikipedia.
               

Lo Staff Presidenziale di Donald Trump

E’ tutto pronto in seno alla squadra che dovrà accompagnare #TheDonald nella sua avventura alla Casa Bianca. 

Ecco tutti gli “uomini del Presidente”, come recitava di un famoso film dedicato alle “questioni presidenziali”.

Mike Pence:

Vicepresidente. Favorevole alla privatizzazione della previdenza sociale, contrario all’uguaglianza dei diritti per gay e lesbiche.

Rex Tillerson:

Segretario di stato. Amministratore delegato Exxon – che ha lasciato dopo 42 anni e, con una buonuscita da 180 milioni. La compagnia petrolifera da lui guidata è la più grande del settore, in tutto il mondo e uno dei principali investitori stranieri in Russia. Vladimir Putin gli ha conferito personalmente l’ordine dell’amicizia, una delle massime onorificenze russe. 

Steven Mnuchin:

Guiderà il Tesoro. Produttore di Hollywood, per 17 anni alla Goldman Sachs. Ha accumulato miliardi di dollari durante la crisi immobiliare del 2008. 

James Mattis:

Titolare della Difesa. E’un generale in pensione, ha avuto un ruolo fondamentale in Iraq. Ha detto: “E’ divertente sparare a certa gente”. Soprannome che gli hanno dato i suoi soldati dopo la battaglia di Falluja : Mad dog.

Jeff Sessions:

Promosso alla guida della Giustizia. Ha dichiarato che i migranti sono un danno per i lavoratori statunitensi e chi è senza documenti dovrà “autoespellersi”.

Wilbur Ross: 

Commercio. E’ un miliardario, specializzato nel prendere in prestito soldi per comprare aziende sull’orlo della bancarotta. E’ stato definito “re del debito”.

Andrew Puzder:

Lavoro. Amministratore delegato di una catena di fast food. La sua azienda è stata accusata di violazione dei diritti dei lavoratori e di pubblicità sessiste.

Tom Price 

Sanità Ex medico, senatore, ha promesso di smantellare l’Obamacare. E’ contrario a ogni forma di copertura sanitaria per chi abortisce. Ha chiesto che i feti siano protetti dalla costituzione.

Besty De Vos:

Istruzione. Presidente dell’American foundation for children, un gruppo contrario ai fondi per le scuole pubbliche.

Michael Flynn:

Consigliere per la sicurezza nazionale. Altro generale in pensione voluto a tutti i costi dal presidente eletto. Sostiene che l’islamismo è un “cancro feroce” che va estirpato dal corpo dei musulmani. 

Rick Perry:

Guiderà il dicastero dell’Energia. Ex governatore del Texas. Nel 2012 voleva abolire il dipartimento che oggi è stato chiamato a dirigere.

Scott Pruitt: 

Agenzia per la protezione ambientale. Ha guidato le battaglie legali contro le iniziative di Obama in difesa dell’ambiente. Ha messo in discussione il cambiamento climatico. 

Linda McMahon:

Small business administration. E’ stato a capo di una grande azienda che si occupa di wrestling. Ha donato più di 6 milioni di dollari per la campagna elettorale di Trump. 

Mike Pompeo:

Guiderà la Cia. Ha chiesto al congresso di reintrodurre le intercettazioni di massa e un rafforzamento delle capacità di sorveglianza degli Stati Uniti.

Jay Clayton:

Guiderà la Sec. E’ uno dei vecchi lupi di Wall Street, avvocato che ha difeso i colossi finanziari come Goldman Sachs e Barclays, voluto a tutti i costi da Trump. Questa scelta è una beffa per tutti gli elettori che hanno pensato (e creduto) che #TheDonald fosse il presidente che avesse un occhio di riguardo per i lavoratori bianchi e impoveriti dalla crisi finanziaria prodotta proprio da quei colossi un tempo, difesi, strenuamente dall’avvocato. 
(Fonte.:politico;cnn;washingtonpost;thenation;usatoday;theguardian;nytimes)

Link

-www.politico.com/blogs/donald-trump-administrations/donald-trump-cabinet-memberslist-of-choices-picks-and-selections-so-far;

-edition.cnn.com/politics:

-https://www.washingtonpost.com/world/national-security/us-intercepts-capture-senior-russia-officials-celebrating-trump-win;

-www.thenation.com;

-www.usatoday.com;

-www.theguardian.com/technology/russia-election-hacking-hearing-congress;

-www.nytimes.com;

-trumpsworldtower.com;

-https://www.trumpshotels.com/panama

Scritto da Bob Fabiani

-bobfabiani.blogspot.com;

-twitter:@BobFabiani;

-facebook.com/profile/Bob Fabiani

      

 

                                                 

Giamaica…

Reggae, musica e voce degli oppressi. 

Anima critica della Giamaica.

Il Reggae nasce in Giamaica nella seconda metà degli anni ’60, discendente dello Ska per poi svilupparsi in modo proprio come “leggera” variante del Rocksteady e, a sua volta andava fondendosi con la musica popolare giamaicana : Mento, Calypso ma gli “influssi”decisivi del Reggae quelli, che riuscirono a renderlo del tutto irresistibile furono il R&B e il Soul. Fu l’arrivo di Bob Marley e del suo magistrale gruppo, i Wailers, a cambiare totalmente il suo decorso sia sotto l’aspetto musicale e ritmico, diffondendolo come vero e proprio culto.

La storia  e le origini del Reggae erano definitivamente cambiate. Per sempre.

-Rivoluzione Rocksteady

Nei tardi anni ’60 i giovani protagonisti della musica giamaicana sentivano il bisogno e la necessità di apportare una radicale trasformazione alla musica dell’isola caraibica.

La rivoluzione fu totale e partì proprio dallo Ska. 

Il Rocksteady era – in tutti e per tutto – una costola di questo genere musicale e, se volessimo semplificare il lavoro di Marley&Co., potremmo dire che, il Rocksteady risultava essere uno “Ska rallentato per metà” : con la cassa della batteria sulla terza battuta come era caratterizzante nello stile “One Drop” (ossia, lo stile di batteria usato nel Reggae dove, il rullante e la cassa battono solo nel terzo movimento su un ritmo di 4/4), questo comportò un arretramento del trombone, del sassofono e di tutti i “fiati” che vennero lasciati in secondo piano per lasciare spazio al piano, e allo stesso tempo attribuiva al basso, un ruolo predominante. Bisogna sottolineare che, in quel primo periodo, nel Rocksteady veniva usata la “kalimba”, uno strumento a percussione tipicamente caraibico costruito da parti di metallo. Fu la variante che deputava un ruolo principale alla ritnica, quindi al basso e alla batteria.

Molti addetti ai lavori al pari di altrettanti giornalisti fanno risalire il genere musicale a un brano intitolato “The Rock Steady” di Alton Ellis, cantante reggae all’epoca popolarissimo in Giamaica. Tuttavia, il genere musicale nacque più precisamenteintorno al 1966 quando giunse un’estate particolarmente calda anche per le abitudini dei giamaicani, i quali cominciarono a lamentarsi del troppo sudare ballondo questa musica veloce e scatanata (quale era lo Ska).

Quindi fu una necessità quella che poi portò alla totale rivoluzione dei musicisti giamaicani del nuovo corso. Leggende metropolitane forse, ma, con un fondo di verità.

All’epoca in tutta l’isola caraibica esistevano poche possibilità per i cantanti che si erano prefessati, a tutti i costi, di emergere per poi diventare dei professionisti veri, rispettati da tutti (sia dagli addetti ai lavori sia dal pubblico). Bisognava avere la faccia tosta e una buona dose di coraggio per proporre le proprie canzoni ai Dj, i veri e indiscussi “padroni” dei “Sound System”.

I Sound System erano dei veri e propri raduni musicali capaci di andare avanti per ore e ore, per tutta la notte. Senza fermarsi mai. Erano i Dj che potevano tributare il successo o l’insuccesso di un cantante. Esisteno miriadi di leggende intorno a queste figure – assolutamente centrali per la diffusione della musica in Giamaica dal momento che, i maggiori fruitori di musica erano anche quella parte della società giamaicana meno abbiente e certamente più povera – che, prima che il Reggae diventasse popolare in tutto il mondo, avevano facoltà, non solo di indirizzare la carriera artistica dei cantanti ma, in sostanza di decidere il loro futuro.

Tuttavia se i Dj erano fondamentali per gli artisti, a loro volta, il pubblico risultava essere decisivo per decretare il successo o il fallimento di un Sound System : per questa ragione, la lamentela del pubblico in quella torrida estate del 1966 venne accolta dai Dj inziando a proporre “musica più rallentata”. Consapevoli o no che fossero, con questa decisione diedero il via alla rivoluzione che poi sfociò nel Reggae.
A differenza dello Ska, i testi del rocksteady furono completamente stravolti. Divennero socialmente e politicamente più maturi segnado così, un’altra traccia indelebile che, di lì a poco venne raccolta e ampliata dal Reggae.

Dal punto di vista musicale, le sonorità erano interamente basate sulle armonie vocali grazie a gruppi come The Heptones, The Gaylads, The Dominoes, Desmond Dekker and The Aces, e The Wailers. Altri nomi di spicco del Rocksteady erano quelli di artisti del calibro di Alton Ellis e Ken Boothe.

Il più grande successo del Rocksteady fu firmato da Desmond Dekker con il brano “007 Shanty Town”.

Fu una breve stagione.

Nonostante questo però risultò fondamentale per fare da trampolino di lancio al Reggae. 

Molti addetti ai lavori giurano che questa stagione si concluse già alla fine del 1967, ma una cosa è certa : essa non morì del tutto; anzi ebbe la capacità di evolversi nel genere conosciuto con il nome di Reggae, una musica che seppe conquistare tutti e quattro gli anogoli del globo terrestre.
-L’era Early Reggae

I produttori principali della musica giamaicana, fino a quel momento, sia durante lo Ska sia nell’epoca del Rocksteady erano sostanzialmente tre : Coxsone Dodd, Duke Reid e Prince Buster.  Dominavano il “music business” dell’isola caraibica da sempre e, prima di allora nessuno aveva avuto l’ardire di mettere in discussione quel regno ma, una rivoluzione per essere tale deve cambiare dalla base, dalle fondamenta e, complice l’arrivo alle porte degli anni Settanta, molti, dall’interno del circuito della musica giamaicana notò che, non servivano particolari capacità per intraprendere l’attività di produttore, ma una buona disponibilità economica. Tuttavia, il passo decisivo fu l’interesse per l’innovazione della musica : e questo potevano apportarlo, svilupparlo, inventarlo, in modo rivoluzionario, solo i musicisti.
Il Reggae rispetto alla musica Rock, ha invertito principalmente il ruolo del basso e della chitarra : nella musica giamaicana è il basso che predomina rispetto alla chitarra, che è sempre presente ma in modo meno incisivo. Se si presta attenzione a una delle prime sessioni di registrazione, ci si accorge dell’uso dell’organo e la chitarra ritmica per creare un nuovo sound. Il nuovo genere presentava un ritmo più sincopato e molto più convulso e ossessivo, tipico in un certo qual senso di molta musica africana.

Era nato un “new sound” che venne chiamato “Early Reggae” – chiamato in questo modo in seguito per distinguerlo da altre forme successive – aveva molteplici sfumature che lo caratterizzavano tali, da richiamare l’interesse di molti giamaicani : naturalmente possedeva le sonorità tipiche dello Ska e del Rocksteady ma, erano presenti forti influenze Soul e, in più, l’introduzione degli organi e delle chitarre. Il tutto veniva amalgamato da veriegati e originali “giri armonici”. A volte potevano essere sia note cupe e malinconiche che, tipica derivazione del cosiddetto “Rude Boy Sound”, sia tonalità calde e piene, quasi volessero “rimbombare” nei solchi degli ellepì e negli impianti stereo dei ragazzi bianchi che ascoltavono quelle note pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza dalla Giamaica che, nel frattempo diventava popolarissima nel cosiddetto “primo mondo”, civilizzato, europeo e americano.
-Origini del nome
Le origini del termine Reggae lo si deve ai Toots and The Maytals quando, nel 1968 incisero il brano “Do the Reggae”. Prima di allora il termine “reggay” era usato per descrivere una danza in voga in Giamaica. Tuttavia, il termine reggae può essere usato genericamente per definire i diversi tipi di musica giamaicana, tra cui ska, rocksteady e alcuni sottogeneri come il Dub, Dancehall e Ragga.

Intorno all’origine del nome ci sono in realtà diverse versioni.

Molti ritengono che derivi da “Ragga”, il nome di una lingua parlata dall’antica civiltà Bantu, che viveva davanti al Lago Tanganica, in Africa.  Altri ancora credono che significhi una storpiatura di “streggae”, che nello slang di Kingston è sinonimo di prostituta. Secondo Bob Marley, la parola è di origine spagnola e significa “la musica dei Re”.

Altro parere del tutto particolare è quello ascritto a Alton Ellis, secondo il cantante, il termine nacque dal fatto che la chitarra suonava in modo simile alla parola ‘re-ggae, re-ggae’ (imitando la lenta chitarra ritmica del Reggae).  Il chitarrista del grande gruppo Ska giamaicano, The Skatalites, Hux Brown un giorno disse, a proposito delle origini del nome : “era solo per scherzare, una presa in giro sul fatto che significasse un ritmo grezzo o rozzo (“ragged” rythm) e un’intesa del corpo”.
-I gruppi
Prima dell’esplosione del reggae a livello planetario, la storia della musica popolare giamaicana è popolata  dall’esistenza di gruppi – essenzialmente vocali – ma fondamentali, in un secondo tempo, per la rivoluzione musicale dell’isola caraibica.  E’ la storia di gruppi come i The Maytals, composti da Toots Hibbele, Jerry McCarthy e Raleich Gordon. Furono tra gli alfieri del Rocksteady e oltre al già citato storico brano “Do the Reggay” incisero un altro formidabile brano “54-46”. Il loro più grande successo, capace, di sancire anche la fine dell’era rocksteady.  Il suono dei Maytals era caratterizzato dal connubio Gospel/Roots mentre, un’altro storico gruppo giamaicano, i The Pioneers puntarono tutto sul Roots.

Un discorso a parte lo merita il sound dei The Melodians.

Questo gruppo, a differenza di moltri altri; non miscelò tutta la caratteristica della propria musica in un unico disco e, per questa ragione, per lunghe stagioni reperire il loro materiale fu impresa quasi proibitiva. Si dovette attendere il 1980, quando finalmente, la Island Records (la stessa di Bob Marley&The Wailers) diede alle stampe la loro raccolta “Sweet Sensation”.  Nel disco vi erano contenute 8 storiche tracce della loro epoca Roots-Reggae.
Fondamentali furono i The Pioneers:


composti da Sidney Crooks, George Dekker e Jackie Robinson, capaci di portare nuove influenze : facendo incontrare la nuova musica rivoluzionaria con le radici (“roots”) profonde della Giamaica con le tematiche e le problematiche di quanti vivevano nelle campagne e nel ghetto. Quando nel 1968, diedero alle stampe per l’etichetta Beverley’s “Long shot kick The Bucket”; il brano divenne una “hit” travolgente.

In Giamaica e fuori dall’isola caraibica.

Riuscirono ad arrivare persino nelle classifiche Pop del Regno Unito. Un risultato strabiliante. L’anno successivo, il 1969, bissarono il grande successo con “Samfie Man”.

Ma qualcosa stava ulteriormente cambiando con l’avvento di uno dei gruppi vocali, unici nel loro genere : The Uniques.

Questo gruppo, durante il periodo Reggae mantenne sempre una formazione base (in Giamaica molto spesso, c’era l’abitudine, una vera e propria mania che finiva, in qualche modo, per essere più un problema che una risorsa perché, le varie formazioni perdevano, inevitabilmente, l’idendità musicale … finendo per somigliarsi tutti tra loro).
The Uniques erano (nella loro formazione-tipo) : Jimmy Riley, Lloyd Charmers, Roy Shirly e, il più importante di tutti, Slim Smith, che rappresentava sostanzialmente, il “Sound” dei The Uniques. Il loro album di debutto “Absolutely” è considerato dagli appassionati del “4/4 in levare giamaicano”, un vero e proprio classico sia del Rocksteady sia del Reggae.

The Ethiopians sono un altro storico gruppo della musica giamaicana e tra gli alfieri del periodo Rocksteady. In questo periodo, il gruppo vocale reggae seppe incidere grandi hit come “Train to Skaville” e “The Whip”. Nel 1969 collaborando con il produttore Carl Johnston, ma che tutti in Giamaica, erano soliti chiamare Sir JJ, incisero un brano “Everything Crash” che descriveva i problemi del nuovo piccolo paese diventato, nel frattempo indipendente dalla Gran Bretagna : quel paese era la Giamaica.

Al di là di questi grandi gruppi, indubbiamente, a loro modo decisivi per lo sviluppo della musica giamaicana, l’artista più importante per la musica reggae fu Jimmy Cliff.

Fu il primo cantante, musicista e arrangiatore giamaicano, capace di ottenere un successo internazionale. Avvenne nel periodo della sua grande creatività, concentrata in un memorabile trienno reggae che va dal 1967 al 1970.  In quegli anni, Jimmy Cliff scrive e incide brani storici come “Vietnam”, “Hand Road To Travel”, “Suffer in the Land”. Ma ci sono anche altri brani che meritano di essere menzionati : “Let Your Yeah Be Yeah” e “You Can Get If You Really Want”, originariamente composte da Cliff che divennero grandi hit rispettivamente per i Pioneers e Desmond Dekker.
Altri magistrali brani furono “Struggling Man” e “Sooner or Later” esempi ben riusciti del roots-reggae, ancora prima che nascesse il termine e, che garantiscono un posto di assoluto rilievo, se non di eccellenza assoluta nell’olimpo reggae per Jimmy Cliff.
-L’era Roots Reggae e il Rastafarianesimo
Il Reggae è associato molto spesso al movimento Rastafari, fortemente influenzato dai musicisti reggae negli anni Settanta e Ottanta.  Originariamente, gli argomenti trattati nei brani reggae erano lontani dalla religione rastafari, infatti, quei testi parlavano d’amore, temi sessuali o sociali.

Erano quelli tipici dello Ska e del Rocksteady.

In origine i rastafari, non erano interessati  a prendere parte alla vita sociale giamaicana, preferendo di gran lunga isolarsi e vivere sulle colline, immersi e a contatto, ogni giorno, con la natura selvaggia dell’isola caraibica che, ricordava loro, la terra lontana, l’Africa e, la mai dimenticata Etiopia. Conducevano un’esistenza semplice e del tutto naturale, con precise regole religiose e comportamentali.

Erano passati solo 10 anni dall’indipendenza dalla Gran Bretagna, il popolo giamaicano cominciò a rendersi conto dell’amara sorpresa : era sì indipendente ma viveva una situazione peggiore rispetto a prima. L’isola era in preda a un forte stato di disoccupazione, crimine e violenza. Le nuove generazioni giamaicane, cresciute con l’indipendenza erano vittime di questa situazione, e reagirono con l’arma più potente in loro possesso : la musica.

Erano gli albori degli  anni ’70 : i temi trattati (anche nelle canzoni) cominciarono a cambiare radicalmente. La voce del popolo e la sua protesta divennero centrali, indispensabili anche per i musicisti reggae ma, sopratutto, quella protesta, quel grido di dolore voleva essere un messaggio indirizzato a un indirizzo preciso. Conosciuto. Quello del governo. Fu come un grande incendio, era come se, improvvisamente, la forza d’urto di un vulcano iniziasse ad emettere la sua lava incandescente. Tutti volevano partecipare a quella straordinaria rivoluzione. Erano tutti vicini, di fianco a volti conosciuti o sconosciuti e c’erano storici attivisti e nuovi protagonisti che avevano deciso di abbracciare la rivoluzionaria protesta. Quella rivolta di popolo però aveva anche un’altra caratteristica che le rendeva unica : molti degli attivisti più attivi decisero di abbracciare la religione rastafari. Non lo fecero solo come manifestazioni di protesta di ciò che intendevano ottenere dal governo, ossia “pace, amore e lotta alla corruzione”, ma aderendo al Rastafarianesimo e, questo voleva dire rappresentare un alternativo stile di vita nell’interno della logorante, disumana povertà che dilagava in Giamaica.

Erano gli insegnamenti di Marcus Garvey (auto-aiuto, rimpatrio) per dare luce alla speranza.

Quando molti musicisti aderirono al movimento, l’influenza Rasta divenne predominante anche nel sound. Sembrò sparire di colpo l’ottimismo tipico del reggae : il basso elettrico divenne molto più centrale, profondo e pronunciato, il ritmo venne rallentato e i testi sembravano promettere fuoco e fiamme (di Babilonia).  In coincidenza con l’adesione al movimento e al Rastafarianesimo da parte degli artisti reggae, iniziarono a diventare centrali, gli elementi tipici afro-giamaicani e l’identità e l’orgoglio divennero i temi portanti. Irrinunciabili.

Era iniziata la seconda fase dello sviluippo del Reggae. 

A partire da quel momento il reggae-sound fu caratterizzato da tempi rallentati, da un suono più rilassato e ipnotico.

Questa radicale trasformazione ebbe un ambasciatore nel mondo : Bob Marley. Con il gruppo The Wailers fece da tramite per portare il mondo alla conoscienza di questa religione.

Era nato così il Roots Reggae dopo aver messo da parte il lato grezzo e selvaggio dei primi ritmi del reggae. Nacque uno stile irresistibile per la sua semplicità, capace di abbinare originalità ed essenzialità. Il segreto era stato quello di tornare alle radici africane.

I protagonisti di questa rivoluzione che rimandava direttamente all’Africa sia nel discorso politico-sociale sia quello più strettamente musicale, si trovavano tutti all’interno degli Wailers:

un gruppo unico nel suo genere, in cui, fianco a fianco potevano trovare posto una infinita fucina di leader senza che nessuno, in qualche modo potesse soffrire della bravura dell’altro. Questa incredibile alchimia durò oltre un decennio prima che le strade si divisero. Il segreto in questo caso era quello di far parte di un ristretto numero di persone, musicisti, protagonisti che, giorno dopo giorno, non solo stavano facendo la storia ma, stavano reinventando un modo nuovo di suonare dando voce all’intero popolo giamaicano. All’interno degli Wailers (quelli originali) c’erano Bob Marley, il “Re del Reggae” – come lo hanno ribattezzato i fan dell’isola caraibica e non solo loro – Junior Brathwaite, Peter Tosh e Bunny Livingston. Questa dunque era la formazione ufficiale anche se, in Giamaica venne conosciuta con il nome di The Wailing Rude Boy”.  Quando le loro strade si divisero, Bob Marley cambiò nome al gruppo scegliendo, per il suo progetto “Bob Marley and The Wailers”. Conquistando il mondo.

Di pari passo, nei suoi testi introdusse i temi Nyabinghi (nome che deriva da un movimento dell’est dell’Africa, attivo tra il 1850 e il 1950 guidato da coloro che si opponevano all’imperialismo europeo). Il Nyabinghi erano canti e danze per invocare il “potere di Jah” contro l’oppressore. Fu proprio la Resistenza Nyabinghi a ispirare i giamaicani anti-colonialisti che si opponevano all’occupazione britannica della Giamaica.

Il Reggae e il Rastafarianesimo diventano la voce degli oppressi e dei poveri. Attraverso le canzoni di Bob Marley, Peter Tosh , Burning Spear, Gregor Isaacs, Buju Banton e di altri che, persino nella lontana Inghilterra, hanno appreso, metabolizzato e infine sposato il connubio tra il Reggae e il Rastafarianesimo – artisti nati in Gran Bretagna ma da genitori giamaicani che costituivano la grande comunità giamaicana di Londra – , artisti come Linton Kwesi Johnson (il “poeta del Dub”) oppure, musicisti e cantanti che dall’Africa erano arrivati in Europa, più precisamente a Parigi in Francia, come nel caso di Alpha Blondy; il canzoni parlava di oppressione, povertà, schiavitù, apartheid e diritti umani.

Così il Reggae è divenuto una musica a sostegno della lotta all’oppressione giorno dopo giorno. Ieri come oggi.
-Best Reggae Songs-

A corollario di questa breve Storia del Reggae vogliamo suggerire cinque canzoni-simbolo, quelle che secondo noi, anche alla base di questa ricostruzione storica della musica giamaicana che abbiamo voluto mettere nero su bianco; meglio rappresentano il cosiddetto “Political-Reggae”. E’ solo un suggerimento, una traccia che poi il lettore se vorrà potrà meglio approfondire come crede.

Track-List        

1. Get Up Stand Up* – Bob Marley And The Wailers

2. Marcus Garvey – Burning Spear

3. Wat About Di Workin’ Class? – Linton Kwesi Johnson

4. Night Nurse – Gregory Isaacs

5. Police and Thieves – Junior Murvin

* Questa versione della canzone “Get Up Stand Up” – scritta a quattro mani da Bob Marley e Peter Tosh è una delle versioni migliori e, che meglio rappresentano la “prima versione”degli Wailers. Fu anche la formazione con la quale Bob Marley&Co. sbarcarono per la prima volta negli Usa. La registrazione del brano venne effettuata nella tournée 1973 a San Francisco, nel mitico Planet.
Bob Fabiani

Link&Fonti

-www.allmusic.com -Rocksteady;

-www.rootsreggaeclub.com – Overview of the Reggae History;

-www.worldmusicabout.com – One Drop;

-www.jamaica-insider.com – Jamaica Music : From Ska to Dance Hall;

-www.potentbrew.com – The Origins of Ska, Reggae and Dub Music;

-www.allmusic.com – Reggae;

-www.reggaemovement- Reggae Music 1967-1970;

-www.scaruffi.com – A Brief summary of Jamaican Music : Reggae;

-www.tootsandthemaytals.com;

-www.vibesonline.net – Alton Ellis : Mr Soul of Jamaica – intervista a Alton Ellis;

-www.important.ca/rastafari-reggae : Rastafari Music;

-www.niceup.com/history/bbc : The Story of Reggae-Roots Reggae;

-www.jamaicans.com : Reggae Music And Rastafari;

-www.nationmaster.com – Nyabinghi;

-www.allmusic.com – Political Reggae;

Bibliografia

I volumi che elencheremo qui di seguito comprendono anche versioni inglesi di alcuni fondamentali studi, utili per comprendere a pieno la storia e lo sviluppo della musica giamaicana.
Vlado Moskowitz  – Caribbean Popular Music : An encyclopedia of Reggae, Mento, Ska, Rocksteady and Dancehall –  Greenwood, 2005, p 257

David Overthrow – The Versatile Bassist : A complete course in a Variety of Music Styles – Alfred Publishing Company, 2008, p 45

Riccardo Pedrini – Skinhead – Ndapress, 1987, p 73

Sw. Anand Prahlad – Reggae wisdom : Proverbs in Jamaican Music – University Press Mississippi, p 59-60

Lorenzo Mazzoni – Rasta Marley – Le radici del Reggae – Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2009

Chris Salewicz, Adrian Boot – Reggae explosion – La storia della musica giamaicana – Arcana, 2004

Scritto da 

Bob Fabiani

Tutti i marchi e i loghi riportati appartengono ai rispettivi proprietari.

Foto fonte: Wikipedia.

 

 

 

Quei Bravi Ragazzi della Milano da Incendiare…

Milano 1 Maggio 2015
“Cosa resterà di questi anni 80”, cantava RAF e io invece stamattina mi sono alzato ascoltando la canzone di BATTIATO:

“Povera Italia”…

Mentre le note riempivano la stanza mi si sono chiusi gli occhi e la prima cosa che ho visto sono Quei Bravi Ragazzi della Milano del 1 Maggio che hanno dato per l’ennesima volta la riprova della loro deficienza e brutalità…
Non è solito da parte mia scrivere di fatti di cronaca oppure di attualità, quello per Me lo fa Bob Fabiani nella sua rubrica di #attualità io scrivo di cibo e vino di viaggi di scatti fotografici del nostro bel Paese e invece oggi mi sono detto tra me e me perché NO…
Anche IO come FEDEZ voglio avere 5 minuti di gloria ieri il Cantante Rap (cantante parolone….) in un intervista dice testuali parole:
” I DANNI DEI NOEXPO, SONO POCA COSA IN CONFRONTO ALLE INFILTRAZIONI MAFIOSE E LE SPECULAZIONI ECONOMICHE…. GLI EDIFICI IMBRATTATI SONO PROTESTE, NON VANDALISMO….”
Sei il mio IDOLO, adesso esco e vado a comprare tutti i suoi CD, è grazie alle sue parole che sto scrivendo questo articolo sul MIO blog anche se stavo concludendo quello del VINITALY2015 ma poco importa dovevo anche IO avere i miei 5 minuti di gloria e quindi questo articolo lo voglio dedicare al nuovo “MENESTRELLO DEI BLACK BLOC”.
Carissimo FEDEZ,
ti scrivo per dirti due cose velocissime:
la PRIMA vergognati perché se non é vandalismo distruggere,  imbrattare incendiare, tirare delle pietre allora da domani mattina visto che la tua musica mi fa schifo incendierò la tua casa, la tua casa discografica, i tuoi inutili dischi e appena scenderai da casa ti inizierò a tirare le pietre….
Del resto se Tu giustifichi i fatti di Milano giustificherai anche il NOFEDEZ…
BRAVO sei stato BRAVO menestrello, é questo l’insegnamento che hai dato ai tuoi fan BIANCHI e NERI, la cultura dell’odio e del NO a prescindere  parli di MAFIA di SPECULAZIONI ma che detective ECCEZZIONALE che sei, non mi ero mai accorto di tutto questo ti ringrazio a nome di tutti perché siamo stati ciechi e sordi fino a ieri e grazie alle tue parole e alle azioni dei tuoi allievi abbiamo scoperto che dietro l’EXPO c’è la MAFIA….
La Seconda sei già abbastanza famoso e credo che le tue siano parole che potevi risparmiarti e cercare di dialogare con i tuoi fan e non in maniera diversa ma del resto chissà che tipo di pubblico ti ascolta e ti osserva, di certo non il mio…
Oggi su tutti i social del mondo arrivano immagini, video di quei Bravi Ragazzi della Milano da Incendiare e rimango sbalordito da tutto quello che sto leggendo e vedendo, gente che si fa fotografare davanti alle macchine incendiate perché oggi é di moda farsi fare i “serfy” come dice mia MAMMA, oppure il video di quel simpaticone demente che afferma che é giusto incendiare e devastare MILANO, ma a me é rimasta impressa la foto che ho visto sulla pagina di facebook del “Corriere della Sera” dell’abbandonano delle tute nere dei BLACK BLOC per non farsi riconoscere…
…ECCO I MIEI 5 MINUTI DI GLORIA…
SIETE DELLE MERDE…
SI AVETE CAPITO BENE…
SIETE DELLE MERDE…
SIETE DEI VIGLIACCHI…
Non volete farvi vedere in faccia, avete paura delle reazioni della gente normale, oppure avete paura di far vedere al mondo intero chi siete, cosa fate, dove vivete, cosa mangiate cosa ascoltate, cosa non leggete…
MERDEEEEEEEE
Perché sono sicuro al 100% che dietro a quella maschera si nascondono quei figli di  papà repressi con l’Iphone e il macchinone del papi che tutte le mattine si sveglia per andare a lavorare con il padrone, cose viste e sentite da anni….
BASTAAAAAAAA
CAZZO crescete…
Quelle stesse macchine che avete bruciato le avete sotto il culo tutti i giorni, quelle stesse banche che avete imbrattato e devastato vi permettono di andare in giro a comprare con la carta di credito i vostri giochini da RIVOLUZIONARI…
VERGOGNATEVI IMBECILLI SIETE LA VERGOGNA DI QUESTO PAESE E DEL MONDO INTERO….
Scrivete sui muri SOLDI ALLE SCUOLE ma andateci a scuola CRETINI…
Mentre il mondo attorno a noi si sgretola tra un terremoto e l’altro e muoiono migliaia di persone invece di creare solidarietà e amore tra i popoli voi continuate con la vostra finta politica della rivoluzione capitalista indossando NIKE, FELPE firmate e ROLEX, ma non vi VERGOGNATE UN PO DI VOI STESSI…
E poi vi fate grandi con le parole di Rivoluzionari che nella storia hanno combattuto per IDEALI  e per la LIBERTÀ…
Eccola la libertà che ci hanno lasciato quelli prima di noi, eccoli i nuovi rivoluzionari i “NO questo”, i “NO quello” mai una volta che vi sento dire SI a quello e questo…
Potete essere contrari all’EXPO ma non potete distruggere una città solamente perche siete contrari ad una manifestazione Internazionale, vi voglio vedere nel 2020 a Dubai come ci arrivate… Con le navi dei pirati?
Vi voglio vedere a gettare bombe e incendiare le palme, quel giorno dell’inaugurazione vorrò esserci ad aspettarvi a braccia aperte perché a differenza delle nostre guardie quelli non vi daranno tempo di mettere sotto scacco la città vi SPARERANNO PRIMA CHE VOI ALZIATE SOLO UNO DEI VOSTRI INUTILI ORBELLI DA RIVOLUZIONARI…
Forse in un futuro prossimo anche Voi entrerete a far parte della Società che oggi distruggete e sono sicuro che andrete a stare nella sala dei bottoni perché tanto la storia si ripete come negli anni 60-70 quando i vostri genitori giocavano a fare i rivoluzionari e oggi guadagnano cifre a cinque zeri, e allora vi riguarderete indietro e farete autoing e direte che eravate giovani, con delle speranze di cambiare il mondo di lottare per l’uguaglianza per la fratellanza e per la libertà….
Ecco chi sono Quei Bravi Ragazzi della Milano da Incendiare dei repressi e criminali che si nascondono dietro una tuta nera per non farsi riconoscere dal vicino perché gli hanno incendiato la macchina ma del resto quello è un CAPITALISTA…
Non dobbiamo lamentarci delle parole di Alfano oppure di quelle di Renzi perché  è solamente colpa nostra se siamo arrivati a tutto questo, oggi noi siamo i figli di un mondo senza regole e dignità, dove l’apparire è meglio dell’essere, dove rubare è un pregio, è figo è di moda, non ci accontentiamo più di nulla, vogliamo sempre qualcosa in più, non siamo mai contenti e allora facciamo in modo che tutto quello che ci circonda è sbagliato è mafia è brutto è cattivo, ma basta avete rotto il CAZZO TUTTI ne abbiamo le PALLE piene dei vostri NO abbiamo voglia di tornare ad essere importanti, abbiamo voglia di far vedere al mondo che non siamo solo PASTA E MAFIA ma siamo quelli delle eccellenze enogastonomiche, delle arti, dei cervelli in grado di cambiare il mondo con un fiore no con un bastone, del bello, dell’amore tra le persone e le cose…
EXPO forse non sarà tutto rosa e fiori ma del resto sono secoli che in questo paese si insabbiano le cose e si va avanti a mazzette e allora provate per una volta e vedere il lato bello delle cose invece di stare sempre a giudicare il prossimo, alzatevi dalle vostre poltrone e andate a fare una passeggiata nel parco con i vostri figli BLACK BLOC e dategli un bacio sulla fronte e insegnate loro che solo l’amore per il prossimo potrà aiutare il mondo a cambiare…
SONO GIÀ PASSATI I 5 MINUTI DI GLORIA…
Vi voglio lasciare con una frase che dico sempre a tutti i miei più cari amici
“LA CULTURA SALVERÀ IL MONDO DALLE ROVINE”.
Ci vediamo all’EXPO tra un padiglione e l’altro…
NON MI FATE PAURA DEMENTI CON LA TUTA NERA…
Scritto da Massimo Fabiani
Immagini prese qua e là sui Social.

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Vinitaly 2015 – Preview

Nei prossimi giorni potrete leggere sul Mio Blog le mie riflessioni sulla 49ma Fiera del Vinitaly di Verona…
I migliori Vini Nazionali degustati insieme al mio staff.
I migliori Vini Internazionali degustati insieme al mio staff.
Quello che non CI PIACE e quello che CI È PIACIUTO…
A presto…
Massimo Fabiani
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Settembre

Dai un’occhiata al Tweet di @massimo_fabiani: https://twitter.com/massimo_fabiani/status/504933004582862848

Wine Is… Food! 3.0

Immagine disegnata e creata da Francesca Ballarini….
Ci vediamo a Settembre!

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Noi ci mettiamo la faccia

Noi ci mettiamo la faccia…
È questa la nostra garanzia, la nostra professionalità,  la nostra competenza e la nostra passione,  che cerchiamo di condividere con tutti voi.

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Massimo Fabiani

 

 

Per Noi tutto questo è:
“Wine Is…Food! 3.0”
 
….perché non si può vivere senza poesia, senza colori e senza amore….
 

L’Estate stenta ad arrivare e Noi abbiamo cercato nel nostro piccolo di scrivere degli articoli che speriamo vi possano far passare qualche minuto in tranquillità e felicità,  insieme ad un buon bicchiere di vino ( se bollivine ancor meglio…..) e un ottimo sigaro ( scegliete voi quale preferite di più, Io amo il mio Montecristo Especial No.2 ….. ) davanti allo spettacolo che la natura ci regala in ogni angolo del nostro pianeta.

Umberto Fabiani

Umberto Fabiani

 

 

 

Mi piace viaggiare con la mente e pensare che ognuno di Voi possa trovare in un argomento, in una frase oppure in una immagine la felicità e il bello che ci circonda….

“PERCHE’ È IL SENSO DEL BELLO CHE SALVERA’ IL MONDO….”

Ci stiamo preparando per un Autunno – Inverno molto interessante e pieno di magnifiche novità, stiamo esaminando tutti insieme delle nuove opportunità di collaborazione e di nuovi orizzonti lavorativi, ci saranno new-entry, anche nuove sessioni, una nuova grafica e finalmente il blog prenderà il nome che merita: “wineisfood.blogspot.com”.
Stiamo studiando insieme al nostro grafico un nuovo logo, un nuovo sito rielaborato avremo il piacere di trovare una location dove potervi incontrare di persona, finalmente partirà il lancio delle Tessere di Wine Is…Food! 3.0,  insomma il viaggio è solo all’inizio…

Francesco Bisaglia

Francesco Bisaglia

 

Matteo Tassi

Matteo Tassi

 

Sara Tomei

Sara Tomei

 

Stefano Annicelli

Stefano Annicelli

 

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Stefano Mollaioli

 

Marco Sargentini

Marco Sargentini

 

Claudio Sargentini

Claudio Sargentini

 

Vincenzo "Loki" Loccisano

Vincenzo “Loki” Loccisano

 E' la nuova New-Entry di Settembre!

E’ la nuova New-Entry di Settembre!

Vi lascio con una frase di Papa Francesco:

“La verità,  secondo la fede cristiana,  è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo…. ciascuno di noi coglie la verità è la esprime a partire da sé,  dalla propria storia e cultura, dalla situazione in cui vive. La verità si dà sempre e solo come un cammino e una vita”.

Al prossimo viaggio…
Massimo Fabiani

Allarme obesità di Umberto Fabiani

Quell’allarme globale dell’obesità.
E’ allarme. Planetario: in tutto il mondo, gli uomini, le donne e i bambini sono sempre più grassi.
Questo è il risultato sconfortante e definitivo che, la rivista medica Lancet, ha pubblicato nel suo ultimo numero.
Lo studio è stato sviluppato analizzando i dati provenienti da 188 paesi sparsi in tutto il pianeta. Dati che si riferiscono all’ultimo trentennio dove, il dato costante è uno solo: l’aumento, senza continuità di sorta, del numero delle persone obese e sovrappeso. Nel 1980 erano 857 milioni le persone afflitte da questo grave problema, nel 2013 sono diventati 2,1 miliardi.
Il dato agghiacciante dello studio ci dice che, oggi, in tutto il globo terrestre, a essere troppo grasso è un abitante sub tre. Attenzione: questi dati non parlano (e non sono riferibili) solo ai cosiddetti paesi sviluppati. Il problema dell’obesità si sta allargando (a dismisura) anche in quelli emergenti.
Perché si sta verificando tutto questo?
La risposta a questo quesito è semplice e al tempo stesso inquietante: in nessun paese le campagne di prevenzione hanno funzionato. I ricercatori che hanno condotto lo studio aggiungono: “L’obesità è diventata una delle sfide principali per la salute mondiale”.
La ricerca fa parte del Global Burden of Disease Study, si tratta di un progetto sulla salute pubblica lanciato nel 1990 dall’Organizzazione mondiale della sanità e dalla Banca mondiale. Il progetto aveva (e ha tuttora) lo scopo di valutare il peso delle malattie sulla qualità delle nostre vite.
Sul tema specifico del sovrappeso e dell’obesità, il Global Burden of Disease Study, nel 2010 li indicava come causa di 3,4 milioni di morti in un anno. Le cause dei decessi sono attribuibili, a cause di malattie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche, ma anche vittime di disturbi osteoarticolari, ginecologici, digestivi e di molti tipi di tumore.
Lo studio pubblicato da Lancet nel suo ultimo numero, si avvale di dati che sono stati raccolti e studiati, da circa 150 scienziati da tutto il mondo: la Fondazione Bill&Melinda Gates, ha contribuito non poco alla raccolta di questi dati che, come osservavamo all’inizio costituiscono un vero e proprio allarme. Un allarme generale perché descrivono una situazione che non fa che peggiorare.
-I numeri dell’allarme planetario
Gli adulti in sovrappeso e obesi, nell’arco di poco più di 30 anni sono passati dal 29% della popolazione maschile al 37%.
E le donne? Non stanno affatto meglio: se 30 anni fa il 30% di esse erano obese o sovrappeso ora sono al 38%.
Uno dei dati più allarmanti riguarda i bambini che vivono nei paesi più poveri: stanno rapidamente diventando sempre più grassi. Oltre a questi dati, la ricerca ha evidenziato alcuni dati record: a Tonga, il 50% degli adulti è obeso. Allargando il discorso alle sole donne, questo primato se lo sono guadagnato il Kuwait, Kiribati, Stati Federati di Micronesia, Libia, Qatar e Samoa. Tuttavia il numero più alto di obesi risiede ancora negli Stati Uniti (qui un adulto su tre è troppo grasso) ma, il triste primato è già insidiato e tallonato da paesi emergenti come India e Cina (questi due paesi insieme ospitano il 15% di tutti obesi del mondo).
Il dato che più allarma gli scienziati è quello che registra l’aumento peggiore nei paesi in via di sviluppo. A fronte di questo allarmante dato gli scienziati sottolineano una nota interessante: “Nei paesi sviluppati gli uomini sono sovrappeso più delle donne, mentre in quelli in via di sviluppo sovrappeso e obesità sono più frequenti nelle donne che negli uomini”.
Il dato è confermato dal primato di paesi come: Egitto, Arabia Saudita e Honduras. Qui le donne sono sempre più obese.
Durante le lunghe fasi dello studio, gli scienziati sono anche  riusciti a trovare una nota positiva: “Il tasso di aumento di sovrappeso e obesità è stato maggiore tra il1992 e il 2002, ma sta rallentando nell’ultimo decennio specialmente nei paesi sviluppati”.
-2025: L’Oms guida l’emergenza contro l’obesità
Il dato sottolineato dagli scienziati rifletterebbe l’interesse sottoscritto dagli stati con l’Oms. Si tratta di un impegno che, nel 2025, dovrebbe porre un freno all’emergenza in tutto il pianeta.
Tuttavia ancora non basta. E’ ancora troppo poco, almeno questo è il parere dei ricercatori che sottolineano: “A differenza degli altri rischi maggiori per la salute globale, come il tabacco e la malnutrizione infantile – spiega Emmanuela Gakidou dell’Università di Washington e firma della ricerca – l’obesità globale non sta affatto decrescendo”.
I prossimi anni dunque rivestiranno un’importanza capitale nella difficile lotta contro, la piaga globale dell’obesità.
Scritto da
Umberto Fabiani
(Fonte.:who.int;gatesfoundation;lancet;nyt;larepubblica)
Link
-who.int
-www.gatesfoundation.org

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