Il Codice della Bellezza…

Il nuovo album solista di Samuel intitolato:

“Il Codice Della Bellezza”

è uscito il 24 febbraio 2017.

La Risposta, ha conquistato subito la prima posizione della classifica dell’airplay radiofonico italiano e Rabbia, il brano attualmente in rotazione su tutte le emittenti italiane.

Samuel, è stato anche in gara alla 67° edizione del Festival di Sanremo nella sezione Campioni con il brano Vedrai, tornando così 17 anni dopo nella Città dei Fiori, quando presentò con i Subsonica la loro canzone simbolo Tutti i miei sbagli.

«Ho sempre pensato che la bellezza non fosse un concetto solamente estetico – Il dono dell’eleganza, della sensibilità, dell’ironia fanno parte di un istinto interiore che rappresenta il bello degli essere umani. Ho provato ad immaginare la bellezza come ad un codice scritto dentro le persone speciali, quelle persone che sono fonte d’ispirazione per chiunque gli stia vicino».


Qui sotto l’artwork e la tracklist ufficiale deIl Codice Della Bellezza in cui spunta anche la collaborazione Lorenzo Jovanotti.

1 La risposta

2 Vedrai

3 Rabbia

4 Il treno

5 Più di tutto

6 La statua della mia libertà

7 Qualcosa 

8 Come una cenerentola

9 Voleva un’anima feat. Lorenzo Jovanotti Cherubini

10 La luna piena

11 Passaggio ad un’amica

12 Il codice della bellezza

Il 2 febbraio, Samuel ha presentato il suo primo album da solista “Il codice della bellezza”… 

L’evento si è svolto in un locale di Milano dove, invece di tenere la classica conferenza stampa di lancio del disco, il cantante ha organizzato un vero e proprio party con atmosfere lounge, sfide fra dj e ospiti esclusivi come Giuliano Sangiorgi e Androdei Negramaro, il bassista di Jovanotti Saturnino, Lele delle Nuove Proposte di Sanremo e Francesca Michielin.

Prima di dare il via alla festa, Samuel ha mostrato ai presenti un video con cui ha fatto ascoltare in anteprima alcuni estratti delle canzoni e ha raccontato il suo disco, che è stato scritto fra Torino, Roma e Palermo ed è stato prodotto da Michele Canova fra New York e Los Angeles. Al termine del contributo, l’artista ha invitato i suoi ospiti a godersi la serata: 

Le tracce dell’album sono 12: oltre a “Vedrai”, il brano che Samuel che ha portato in gara a Sanremo, e i singoli “La risposta” e “Rabbia” che hanno anticipato il disco, intracklist ci sono cinque pezzi frutto di una collaborazione con Jovanotti: “Più di tutto”, “La statua della mia libertà”, “Niente di particolare”, “La luna piena” e il duetto “Voleva un’anima”. Con questa esperienza insieme “Lorenzo Jovanotti è diventato una sorta di fratello maggiore musicale”, ha spiegato Samuel.

“Il codice della bellezza” è uscito in tre formati: Cd, Cd deluxe e Vinile. Per ognuno di questi packaging, è stata studiata una copertina ad hoc che mostra una foto differente dell’artista.

Il disco è veramente interessante le 12 tracce rispecchiano la grande capacità di questo artista di creare sonorità eleganti e nello stesso tempo moderne, sono vari i generi musicali che percorrono l’album molto interessanti sono le metriche che Samuel ha saputo creare nel bisogno della sua semplicità.

💿💿💿 #discosplendido

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Scritto da Massimo Fabiani e Marco Sargentini…

Black Sabbath!

La celebre rock band di Ozzy Osbourne ha suonato insieme per l’ultima volta dal vivo a Birmingham, la stessa città dove era nata quasi 50 anni fa.

Sabato 4 febbraio i Black Sabbath, una delle rock band più influenti e popolari al mondo, hanno fatto quello che hanno definito l’ultimo concerto della loro carriera a Birmingham, nel Regno Unito, la stessa città dove la band fu fondata nel 1968. 

In passato i Black Sabbath – e il loro leader e cantante, Ozzy Osbourne – hanno annunciato diverse volte il ritiro, ma questa sembra quella definitiva: il chitarrista Tony Iommi è malato di cancro dal 2012 e ha detto di non riuscire più a reggere i ritmi di un tour, e anche Osbourne ha fatto sapere che stavolta è finita per davvero. 

Nei loro quasi 50 anni di carriera, i Black Sabbath hanno venduto complessivamente più di 70 milioni di dischi: l’ultimo che hanno pubblicato si intitola 13, è uscito nel 2013 ed è finito al primo posto nella classifica dei dischi più venduti sia nel Regno Unito sia negli Stati Uniti.

L’album “13” dei Black Sabbath, una delle più celebri band della storia del genere hard rock. Inglesi, noti anche come il gruppo di Ozzy Osbourne, un personaggio piuttosto notevole e controverso, con una sua propria popolarità anche poi da solista e personaggio televisivo (nel reality dedicato alla sua famiglia, The Osbournes). 

Per questo disco si sono riuniti i tre quarti della formazione storica dei Black Sabbath: non lo facevano da 35 anni e sono ancora oggi molto ammirati e seguiti dai fans (MTV li nominò “Greatest Metal Band” di sempre) . 

«Non si può immaginare lo heavy metal senza il background dei Black Sabbath»…

Recinsione del Rolling Stones

Si chiama “13”, contiene otto canzoni – ma circola un’edizione deluxe che ne ha undici – ed è stato registrato dalla formazione che registrò i primi otto dischi della band salvo il batterista Bill Ward, rimpiazzato da Brad Wilk, batterista dei Rage Against the Machine, che ha solo 44 anni ed è vent’anni più giovane degli altri (con Ward ci sono difficili e tesi rapporti post-separazione, persino con vecchie foto promozionali da cui è stato tagliato via). Nei decenni passati erano uscite molte cose a nome dei Black Sabbath, ma questo è il primo disco dopo 35 anni in cui le canzoni sono state composte da Ozzy Osbourne, Tony Iommi (chitarrista) e Geezer Butler (bassista), come cioè era avvenuto fino al 1978, dal disco “Black Sabbath” a “Never Say Die!”.

I Black Sabbath sono diventati famosi partecipando dal 1970 in poi alla creazione degli anni più epici dello hard rock, con un suono molto pastoso e dai riff (gli accordi e frasi ritmiche suonate dalla chitarra elettrica) immediatamente riconoscibili, oltre che per i temi molto cupi delle loro canzoni. All’epoca si presentavano sul palco vestiti interamente di nero e giocavano a dare ai loro concerti un’atmosfera di ambiguo misticismo – Tony Iommi ha sempre suonato con una croce d’argento bene in vista sul petto, Ozzy Osbourne si truccava pesantemente il viso di nero.

I Black Sabbath hanno influenzato molte band heavy metal che sono venute dopo (Iron Maiden e Metallica, fra le altre) e, come tradizione per i grandi gruppi rock dell’epoca, hanno avuto una storia molto ingarbugliata: nel 1979 Ozzy Osbourne lasciò la band, accusato dagli altri di «drogarsi eccessivamente» e iniziò una carriera da solista. Gli altri componenti fecero quindi due album con il cantante Ronnie James Dio, che aveva lasciato a sua volta i Rainbow, un altro gruppo hard rock all’epoca molto famoso fondato da Ritchie Blackmore, l’ex chitarrista dei Deep Purple.

I due dischi “Heaven and Hell” e “Mob Rules” piacquero molto agli appassionati, ma dopo soli tre anni il chitarrista Tony Iommi cacciò Ronnie James Dio e da allora la band arruolò cantanti inadeguati (tra i quali Ian Gillan, il cantante storico dei Deep Purple, che non si integrò con l’immagine e l’estetica della band) e i dischi vendettero pochissimo. Dopo un temporaneo rientro di Dio, a metà degli anni Novanta ritornò Ozzy Osbourne, il gruppo ricominciò a fare concerti, ma nel 2006 i Black Sabbath fecero invece un disco e alcuni tour di nuovo con Dio, e andarono molto bene: ma Ronnie James Dio morì per un cancro allo stomaco il 16 maggio del 2010, e l’anno successivo Iommi dichiarò che la band avrebbe infine inciso un nuovo disco con Ozzy Osbourne, di cui si era già parlato nel 2001.

Sul New York Times il critico musicale Ben Ratliff ha scritto che il nuovo disco «punta molto sul mantenimento del brand», spiegando che «suona come una pallida imitazione di ciò che erano» e conclude dicendo che i Black Sabbath hanno fatto un lavoro molto pigro, poco ispirato sia nella musica che nei testi. Per quanto riguarda il suono e le melodie della chitarra, che avevano reso celebre Tony Iommi, Ratliff dice che «potreste avere la sensazione di averli già sentiti», ma che questo senso di familiarità fatica a tramutarsi in una sensazione piacevole. Altre recensioni sono più positive, ma da tutti quelli che ne scrivono viene sottolineata l’evidente intenzione della band di richiamarsi a canzoni dei primi tre dischi, che tra l’altro sono ancora le più suonate nei concerti.

Il nuovo disco è stato prodotto da Rick Rubin, leggendario creatore nel mondo della musica rock e responsabile di notevoli “recuperi” negli scorsi anni: ha cominciato producendo i primi dischi hip hop dei Run DMC e dei Beaties Boys, ma negli anni era diventato il produttore di fiducia di Johnny Cash e dei Red Hot Chili Peppers, oltre ad aver scoperto i System of a Down. Alcuni suoi lavori più recenti sono l’ultimo disco di Adele e quello dei Metallica.

Quasi tutti quelli che hanno lavorato con Rubin hanno esaltato la sua capacità di ricreare le condizioni in cui gli artisti hanno prodotto i loro dischi migliori. Altri invece ne hanno criticato il carattere difficile e l’atteggiamento a volte supponente: nel 2010 i Muse hanno detto che Rubin ha insegnato loro «come non si produce un album» e nel 2012 Graham Nash dei Crosby, Stills & Nash ha detto in un’intervista che durante alcune sessioni di registrazioni «avevamo questo tizio che ci diceva tutto il tempo che cosa fare. Voglio dire, chi diavolo è Rick Rubin? Dacci dei suggerimenti, fantastico, ma non dirci che cosa dobbiamo fare. Semplicemente non puoi farlo.»

La costruzione del disco ha visto lungo il suo percorso la defezione del batterista Bill Ward, insoddisfatto delle condizioni del contratto, e le cure per un cancro di Tony Iommi. In effetti in “13” Rick Rubin si è molto concentrato sul ricreare un suono che potesse ricordare quello dei primi tre dischi, comprensibilmente. Secondo il sito Pitchfork ci è riuscito: “13” non è all’altezza di quei “classici”, scrive, ma “la scintilla” c’è (ma Consequence of Sound, altro sito di musica, ritiene che il meglio del disco sia quello che non imita il passato). La sintesi delle diverse opinioni la dà il Chicago Tribune, per il quale i testi i testi di Butler interpretati da Osbourne “alle prese con i suoi demoni”: 

“fanno di “13” qualcosa di un po’ più credibile di un souvenir da un reunion tour”.

I Black Sabbath erano in giro da più di un anno per il “The End Tour”, iniziato nel gennaio 2016 negli Stati Uniti. In questi mesi hanno suonato con tre quarti della formazione originale: Osbourne alla voce, Iommi alla chitarra e Geezer Butler al basso: mancava solo il batterista Bill Ward, che alcuni anni fa ha litigato con Osbourne e da allora si è allontanato dalla band. Le canzoni suonate in questi concerti, compreso quello di sabato, sono perlopiù dei primi dischi, usciti all’inizio degli anni Settanta (sono stati cioè ignorati i dischi che la band ha pubblicato nei vent’anni in cui Osbourne ha seguito una carriera da solista, dal 1977 al 1997): l’ultima canzone suonata ieri dalla band è stata “Paranoid”, forse la loro canzone più conosciuta, contenuta nell’omonimo disco del 1971. Il video e il saluto finale della band sono stati trasmessi in diretta sulla pagina Facebook ufficiale della band.

L’ultimo concerto dei Black Sabbath non sarà l’ultimo per Osbourne, che dagli anni Duemila è famoso anche al pubblico non interessato allo hard rock per il suo reality show The Osbournes: il 16 luglio suonerà da solista al festival Chicago Open Air.

Scritto a quattro mani con Marco Sargentini…

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Apriti Cielo…

Ecco il nuovo singolo di @Mannarino #apriticielo 

“Apriti cielo”: invettive da Gandhi alle favelas.

“Il cielo l’ho guardato tante volte, soprattutto quando a terra tutto sembrava buio. Alzi lo sguardo, respiri, ed ecco che stai guardando una cosa che vedono miliardi di persone, al di sopra delle bandiere nazionali e delle diverse religioni. Così senti che la tua vita va oltre i palazzi, la cultura, i muri, le recinzioni, i problemi materiali. Senti che devi respirare, riempirti i polmoni di quel cielo così grande che di notte si perde fino ai segreti dell’infinito. Poi guardi avanti e continui a camminare per salvarti la vita giorno per giorno, per farcela in qualche modo. Abbassi lo sguardo sulla strada e ti metti in fila, ma tieni nascosto negli occhi quel cielo che hai visto, ovunque uguale e ovunque diverso, e ti ripeti che sei vivo e sei un essere umano, e la tua dimensione di libertà è quella, infinita, profonda, e se non te lo dimentichi: Apriti Cielo!” (Mannarino)

In una nazione che ha perso il piacere delle connessioni tra folk e la musica indipendente che tenta di elevarsi a cosa colta, “Apriti Cielo” di Mannarino rivendica la propria anima calda e godereccia.

A tre anni di distanza dal suo ultimo disco, il cantautore Alessandro Mannarino ritorna con un sound trascinante che lo ha reso uno degli artisti più amati della scena contemporanea.

Il suo quarto album, “Apriti Cielo” e contemporaneamente la canzone “Arca di Noè” è stata scelta come secondo singolo, il pezzo che dà il titolo all’opera è stato lanciato su Spotify ha raggiunto il 1° posto della classifica dei brani più virali, contando oltre 400.000 streaming e più di mezzo milione di views del clip che qui potete vedere. 

“Apriti Cielo” è un disco intenso e controcorrente nella sua genuina verità.

Ecco e 9 tracce:

Roma, Apriti Cielo, Arca di Noè, Vivo, Gandhi, Babalú, Le Rane, La Frontiera e Un’estate ma è specialmente su Gandhi che vi invito a riflettere con un ascolto attento. Il pezzo è assolutamente pronto per una recitazione da teatro-canzone alla Gaber e i cori (per i quali sono stati chiamati in forma anonima colleghi e artisti importanti) mi ricordono il primo Jannacci.

Il 25 marzo Mannarino si esibirà per la prima volta al PalaLottomatica di Roma (i biglietti sono andati già tutti esauriti), con quella che si preannuncia come una grande festa, ci sarà una seconda data, sempre al PalaLottomatica, in calendario per il 26 marzo.

Sono sicuro questo disco entrerà nella storia della Musica Italiana, buon ascolto a tutti…

Voglia di Sudamerica e World Music: è questa la miscela del nuovo disco di Mannarino…

Intervista di Giordano Casiraghi.

A proposito di Gandhi, una canzone per niente pacifica: anzi appare come un’invettiva contro un certo buonismo, come aveva fatto Gaber con “Il potere dei più buoni”. Con chi ce l’ha, Mannarino?

«Ce l’ho con le icone pop come Marylin Monroe ed Einstein, con la pace edulcorata di Gandhi. Vedo una sottile linea che divide il pacifismo dalla remissività e rassegnazione, perché a uno che passa la vita ad asfaltare strade sotto il sole cocente d’agosto non gli puoi insegnare il pacifismo, semmai lo subisce. Nei miei frequenti viaggi in Brasile, a Rio De Janeiro, ho visto tutte le contraddizioni di chi vive nelle favelas e di chi invece vive circondato dal lusso, costretto però a barricarsi nelle case. Dov’è la cattiveria del povero? Sarebbe utile rifondare il pensiero dell’essere umano. Ce l’ho con gli intellettuali che trovo totalmente astratti dalla realtà. Io non sono tra questi anche se ho studiato filosofia, faccio un lavoro manuale e mi sporco le mani come un operaio».

L’album apre con “Roma”, canzone dedicata alla tua città; cosa ne pensi di Mafia capitale e tutto quello che ne è derivato?

«Roma la piccola provincia dell’impero, oggi violentata, la canto in romanesco. Quella canzone l’ho scritta il giorno in cui il sindaco della città (Ignazio Marino, ndr) è stato esautorato attraverso le firme dei suoi consiglieri davanti a un notaio e dopo che il Papa ne aveva parlato, il vero re di Roma. E allora dico «apriti cielo», inteso come invocazione e nello stesso tempo auspicio per una via di fuga. Però questo è un disco che vorrebbe volare un po’più alto di questi discorsi, perché sopra di noi c’è un cielo che abbraccia il pianeta ed è uguale per tutti. Non sono pessimista, cerco spazi di libertà e credo nel percorso intrapreso, credo nell’arte come espressione di quello che un artista ha maturato come letture, viaggi e pensieri».

Ci sono molte arie sudamericane nell’album, chi sono gli ispiratori?

«Agisco nell’ambito di quella che è stata etichettata come World Music. Ho fatto vari viaggi in Brasile e ho scoperto un grande artista come Chico Buarque, a suo tempo costretto a usare metafore per eludere i controlli della censura: mi ha aperto un mondo nuovo, nella fusione tra Africa e Beatles. Per quanto riguarda l’Italia ho grande stima di De André, di Paolo Conte e Capossela».

Tratto da L’Unità Tv “Intervista” di GiordanoCasiraghi del 14.01.2017

Dai un’occhiata anche al Tweet di @RollingStoneita: https://twitter.com/RollingStoneita/status/820586331575201793?s=09

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Foto fonte: Wikipedia.

Scritto da Massimo Fabiani e Marco Sargentini…

L’isola felice non c’è più

La ricordavamo gitana e musicante, l’abbiamo ritrovata austera e silenziosa.
Come ogni anno il nostro pellegrinaggio musicale, in Luglio, ci ha portato a Perugia per Umbria Jazz. Per anni considerata kermesse d’elite nel panorama italiano, ma che, più passa il tempo e sempre più sta perdendo quei connotati che ne fecero la patria di un genere per pochi che si è voluto provare a dare ai molti.
Lo diciamo senza troppi giri di parole, questo nuovo vestito che negli ultimi anni è stato cucito sulla città, non ci piace, quella che i contemporanei chiamerebbero versione 2.0 non ci appartiene, come questa manifestazione non appartiene più alla musica che vuole rappresentare.
Ripenso a Sonny Rollins al Cinema Turreno, Keith Jarret allo Stadio Santa Giuliana, Erich Clapton a Villa Fidelia, BB King girare per la città sulla Vespa Special 50 rossa di Emiliuzzo, James Brown rincorrere numeri di telefono a i “più” proibiti, feste, balli, grida e soprattutto musica sempre ed ovunque.

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Oggi primo sabato di UJ siamo in piazza IV Novembre presso il Caffè del Banco, pardon “Gianni” per chi ha bazzicato questi lidi, a sorseggiare ovviamente una birra Gordon in lampadina (tipico boccale prodotto dal marchio belga/scozzese) ghiacciato e, guardandoci intorno non ci dicono di feste, non vediamo balli, non sentiamo grida e soprattutto non c’è musica; quasi mi chiedo se ormai non reggo più la birra tanto da non aver sentito neanche il concerto iniziare, poi alzo gli occhi al palco e vedo i musicisti…………questo mi rincuora pesavo di essermi seriamente invecchiato.

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Cerchiamo, troviamo, prendiamo e leggiamo il programma; sembra cospicuo: oltre 200 concerti in programma, 500 artisti presenti; forse avremmo sbagliato città.
Facciamo l’appello: la Fontana Maggiore c’è, il Duomo pure, l’Arco Etrusco ci siamo passati, la Rocca Paolina presente……siamo nel luogo giusto, eppure la musica manca…….

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Ci spostiamo per le vie della città, una volta formicai di musicisti ambulanti dediti alla sperimentazione dei suoni; dove una volta si fondevano didjeridu e violoncello, ora a malapena riusciamo a scovare un sax con basso……gli unici spiriti liberi, così si sono definiti nel corso della loro “performance”, sono due ragazzi che cantano in un qualche dialetto.

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Arriva uno spiffero su cosa ci sarà stasera: il Parco di Santa Giuliana ospiterà quello che una coppia ha appena definito l’Evento; una lunga serata-notte che vedrà alternarsi sul palco in 12 h di musica performer dell’electro music, organizzata da un Dj molto conosciuto anche a livello internazionale Ralf (lo Zio)…..prezzo del biglietto di ingresso 20 euro…me cojoni mi verrebbe da dire!

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Ci affacciamo e con piacere scopriamo che la performance non è il solito dj set, prende vita il progetto R.Ha.R.F. (Rhythm harmony and repetition of form). Sul palco con il dj umbro ci sono Gianluca Petrella, Giovanni Guidi e Leonardo Ramadori ed un ospite d’eccezione, il trombettista Enrico Rava. Qui il pubblico non è composto solo da puristi, la sfida sembra ancora più elettrizzante. L’attesa è grande: nessuno sa cosa potranno creare insieme due maghi dell’improvvisazione come Ralf e Rava. Forse non è poi così vero che elettronica da ballo e jazz sono incompatibili.

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La riflessione a questo punto è d’obbligo… per mangiare la Pagnotta quanta strada tortuosa è stata fatta da quel giorno del lontano 1973 dove un gruppo di amici appassionati del genere seduti al tavolino di un bar ebbero un’Idea meravigliosamente musicale?
Questa è Perugia oggi, questa è Umbria Jazz ora…
Questa è l’Isola che non c’è più!

Testi e Foto di Marco Sargentini

Musicismylife di Marco Sargentini

Dopo una serata passata con il colonello Jogorosky non è mai semplice alzarsi.
Ma oggi è il giorno giusto per farlo.
Il brivido che ci accompagnerà tutta la giornata, è iniziato.
Percorriamo le sacre strade di una città  inerme e rispettosa di fronte a quello che oggi sta per accadere.
Parcheggiamo lontano a Trastevere, per goderci ancora per un po il prima, come se non ci fosse un dopo.

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Ma noi siamo qui per il dopo.

music3L’isola Tiberina, il Tempio di Apollo, la Bocca della Verità sembrano irreali, la gente, le facce sono di plastica, metamorficamente modellanti intorno a noi.

In un attimo siamo dentro, voci che si rincorrono “Sembra Woodstock” anche se nessuno dei presenti probabilmente c’era sulla collinetta della contea di Ulster, “sembra quel rave a Zurigo” anche se la gente forse non c’è mai andata o non si ricorda di averlo vissuto, “sembra….” ma non lo è, non è niente di tutto questo.

Noi Siamo al Circo Massimo, qui c’è la storia, qui oggi ci sono The Rolling Stones.

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Gli internauti hanno scelto la scaletta, intenditori e nostalgici, Mick ha fatto il resto.
Ecco l’omaggio a Roma ed alla sua Grande Bellezza, con le note di una tenerissima versione di “Streets of Love”.
Gli scorci di una capitale ormai avvolta dalle ombre della sera, ma illuminata “one more time”, dal coro dei 70 mila presenti, hanno gli stessi colori, le stesse luci della pellicola di Sorrentino.
Quando non seguono il copione e si lasciano andare, gli Stones regalano, ancora oggi, a settant’anni, lampi di lucida follia che hanno reso immensa la loro carriera ed unica questa magia.

Il rito è compiuto. La felicità palpabile dei presenti e la cornice maestosa del luogo sono bellezza, una grande bellezza.

Marco Sargentini

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Primoluglio Siamoarrivati finalmente!

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Ho creato un Flipagram intitolato mafa73.blogspot.com…. con @flipagram – guardalo Music: Bob Sinclair – Looks Like Love!

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