Donald Trump

Storia semi-seria della chiusura dell’ONU, ordinata da Donald Trump (con la complicità di Putin).

Che cosa potrebbe accadere se veramente l’ONU e il Palazzo di Vetro dovessero clamorosamente chiudere i battenti dopo le “sparate” del neoeletto presidente degli Stati Uniti?

Proviamo a immaginarlo andando all’origine della notizia dove, tutto ha avuto inizio.
Antefatto a un “colpo di mano”…
Gli ultimi giorni del 2016 hanno visto una insolita ‘guerra di posizione’ all’interno delle massime istituzioni americane. E’ accaduto che l’amministrazione uscente, guidata dal primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti, Barack Obama e, quella del presidente eletto Donald Trump praticamente dissentissero su tutto : sulla visione della politica ambientale su quella economica, senza tralasciare la politica estera da sempre, fondamentale per l’America. 

Capita poi, che i “due presidenti” abbiano visioni opposte sul Medio Oriente e, tutte le guerre drammaticamente lievitate negli ultimi quindici – venti anni.

Tutto ebbe inizio con la decisione drammatica, di un altro presidente repubblicano, Bush Jr, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle di New York : era la mattina dell’11 settembre 2001.

D’imperio, il presidente conservatore impose (e l’occidente, compresa l’Europa accettò, sull’onda emotiva del momento) “l’esportazione della democrazia” con le armi e con le guerre colonialiste. 
Una scelta e una decisone che risultò perdente sin dall’inizio, come poi, impietosamente, si rivelò anche sul campo.

Una presunzione pagata a caro prezzo. In termini di vite umane e di spesa economica.

Obama e Trump, hanno anche una visione diversa su come gestire il conflitto infinito tra Israele e Palestina che, seppure del tutto sparito dalle prime pagine dei media occidentali non ha mai cessato di esistere. Del resto è proprio quel conflitto irrisolto la miccia che ha poi fatto divampare la totalità degli incendi in tutta la regione anche se ora, la situazione è più complessa dopo l’avvio e lo scoppio delle “Rivolte arabe” che i mass media in occidente, hanno sempre voluto chiamare “Primavere arabe”.
La realtà delle cose rende del tutto imprevedibile l’evolversi della situazione anche perché da quella esperienza, i vari popoli e cittadini hanno visto svanire del tutto la speranza e il sogno di conquistare la libertà, la democrazia e i diritti umani. 

Paradossalmente, quell’incendio e quella grande dimostrazione di impegno sociale ha prodotto il ritorno di drammatiche dittature come nel caso dell’Egitto oppure, nelle disumane monarchie del Golfo, non ha nemmeno consentito che si potesse scendere in piazza per protestare e per chiedere finalmente il riconoscimento dei diritti civili per i cittadini.

Ma tutto (almeno qui in Medio Oriente n.d.t) ha avuto inizio con il drammatico conflitto israelo-palestinese – datato ormai più di mezzo secolo prima – non appena si spense l’eco del secondo conflitto mondiale;   anche se poi, nei vari passaggi, ha finito con l’investire i delicati equilibri interni all’Islam finendo con il favorire la nascita di quell’”Islam Radicale” che alimenta la cosiddetta “Jihad Globale” che, ha caratterizzato tutto il “ribellismo musulmano” – certamente in Medio Oriente – ma anche arrivando a infiltrarsi in quasi tutta l’Africa e, lambendo (pericolosamente) le periferie degradate della civilissima Europa. 

Questo caos-geopolitico ha prodotto alcuni “fenomeni” di terroristi (se dobbiamo ragionare per forza con i parametri occidentali). Negli anni ottanta del Novecento e poi, nel decennio successivo, all’interno del “ribellismo islamico”, si andava affermando il “network” riconducibile alla guida di Osama Bin Laden che aveva saputo riunire le istanze dei musulmani : era nata ufficialmente Al Qaeda che avrà il suo apice negli attacchi alle Torri Gemelle a New York (2001). 

Il problema fu sottovalutato o non capito affatto e, la dimostrazione furono poi, le disastrose campagne militari – vere e proprie guerre colonialiste – che la coalizione guidata dagli Stati Uniti (più tutti gli altri, compresa l’Italia n.d.t) hanno reso il mondo un posto molto meno sicuro per milioni di cittadini. I disastri sono sotto gli occhi di tutti : oltre alla distruzione dell’Iraq (all’inizio della famosa “esportazione della democrazia” guidato da Saddam Hussein n.d.t), preceduta dalla guerra in Afghanistan, c’è stata prima la guerra in Libia (era il 2011 n.d.t) per liberare il paese nordafricano da Gheddafi e, quasi in contemporanea, la drammatica guerra civile fatta divampare in Siria e, quella nello Yemen, il paese più povero dell’area. Tutte queste crisi hanno due fattori coincidenti : la folle decisione dell’ex presidente americano Bush Jr e, il tentativo altrettanto folle di voler stanare il terrorismo jihadista praticamente in tutto il mondo. Ma anziché riportare l’ordine e la pace, questi drammatici errori commessi dai leader politici europei, americani, africani e mediorientali, senza ovviamente tralasciare l’Asia e, con essa la Cina e, uno dopo l’altro quei paesi dove i musulmani non solo sono la maggioranza come etnia ma occupano anche i primi posti per religione – paesi dove sono totalmente assenti i diritti umani e la democrazia – rappresentano la frontiera dove potrebbero divampare i prossimi incendi se, quei stessi leader non riusciranno a fare tesoro dagli errori di valutazione del recente passato.

Negli ultimi giorni del 2016, improvvisamente quel conflitto che vede contrapposti israeliani e palestinesi è tornato di drammatica attualità. Come spesso accade per decisioni prese (e stabilite dallo stato ebraico n.d.t) e dal primo ministro, Netanyahu.

All’interno di Israele e dell’opinione pubblica di quel paese, negli ultimi anni, ha preso sempre più piede, spazio politico e potere l’estrema destra – quella    più oltranzista, reazionaria – che sogna di cancellare i palestinesi dalle loro terre. Questa destra è potentissima anche all’interno del parlamento e, per soddisfare queste “mire colonialiste”, Netanyahu, ha varato un disegno di legge che autorizza i “coloni ebrei” a costruire sia a Gerusalemme est sia nei Territori Occupati sia in Cisgiordania. 

Si tratta – come poi ha ratificato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di “insediamenti illegali” – che non possono essere edificati su quella terra che non appartiene ai coloni. 

Questa clamorosa bocciatura di Israele è potuta passare con la storica astensione degli USA voluta da Obama.

La decisione dell’amministrazione Obama ha irritato il presidente eletto che, ha subito dato man forte, alle critiche (molto pesanti) del presidente israeliano, nei confronti delle Nazioni Unite; Trump però ha calibrato male il tono delle sue parole e, alla fine, ha finito con lo spingersi, come suo costume, molto oltre. 
Il giorno seguente al voto della risoluzione dell’ONU, il presidente eletto, usando i social e il suo account Twitter, un’ora dopo l’altra, iniziava a gettare “fango” con i suoi celebri “cinguettii” – prontamente riportati da tutti i siti di notizie e, praticamente, come hanno fatto tutti i quotidiani americani – all’indirizzo delle Nazioni Unite. 

Ne è venuta fuori una critica estremizzata e, per nulla consona alla figura istituzionale di un presidente di una super-potenza, seppure in declino, come quella americana : ma #TheDonald, non è tipo da guardare troppo alla “buona educazione istituzionale”, per lui queste, sono cose “superate”, di nessuna importanza egli, si sente in dovere di poter criticare e attaccare chi vuole, dato che è uscito vincitore dalle elezioni e dalla peggiore campagna elettorale di sempre.

Estremizzando la sua critica, Trump scrive : 

“Le Nazioni Unite sono un club dove la gente si ritrova a fare chiacchierare e a divertirsi”. 

Il finale è un crescendo : #TheDonald e la sua squadra di generali e potenti petrolieri, non hanno per nulla gradito che, il Consiglio di sicurezza ONU, abbia richiamato e condannato Israele e, si sia addirittura spinto a intimare l’alt agli “insediamenti illegali” ai danni del popolo palestinese. Del resto l’amministrazione Trump, ha già fatto intendere che non avrà alcun riguardo per il diritto di esistere della Palestina. All’interno dello staff presidenziale considerano i palestinesi alla stregua dei più efferati e pericolosi criminali nonché, dei fondamentalisti islamici pronti alla Jihad-Intifada e, quindi, in virtù di questo schema, #TheDonal si schiera preventivamente dalla parte di Israele e conclude : “Il Palazzo di Vetro ha un potenziale enorme” ma, lo “impiega male” e quindi giunge alle sue conclusioni “non ha futuro, meglio chiuderlo”.

Così parlò il presidente eletto.
Da queste frasi abbiamo provato a immaginare cosa potesse accadere se, dalle minacce si passasse alle “vie di fatto” e, in un colpo solo si chiudesse per sempre la sede storica del Palazzo di Vetro, nella città della “Grande Mela” e quindi si procedesse alla chiusura definitiva dell’ONU. 

Quali sarebbero gli scenari futuri?

“La Nuova Santa Alleanza”

Scopriamolo in questo racconto di fantasia ma che, presto o tardi.

Sede della Trump Ocean Club International Hotel & Tower (Panama) : Incontro segreto tra gli staff di Trump e degli uomini del presidente russo, Putin.* 

L’incontro era stato preparato stando bene attenti ai più insignificanti dettagli : il magnate della “Grande Mela” – alias New York – il grande imprenditore e anche uomo di successo del vorace mondo televisivo americano, quello più trash e dei talk show – dato ormai in grande ascesa, anche per l’altro mondo quello della politica, era stato categorico, come suo solito. 

Tra un impegno e l’altro aveva radunato tutti i suoi subalterni (come gli piaceva chiamarli negli slanci piuttosto rozzi e un tantino razzisti … affermavano i suoi numerosi detrattori sparsi, un po’ ovunque in America e chissà in quale altra parte del mondo dove, il magnate, il “palazzinaro” 

…come si usa dire dalle mie parti.

Il corruttore avesse un qualche barlume di interesse o, come egli stesso ama dire “affari”) e, una volta messi in fila indiana nella sala-conferenze della “Trump Tower” qui a Manhattan aveva iniziato a catechizzare, a uno a uno, i suoi collaboratori-subalterni.
-A che punto siamo con i preparativi? – domandò piuttosto di cattivo umore Donald Trump al suo braccio destro, colui che aveva il compito di tenere le fila con l’estero e, soprattutto con Mosca.

Lo zelante collaboratore di #TheDonald – come lo chiamavano anche importanti firme del giornalismo americano – tirò fuori il suo “i-pad” – una macchina perfetta per avere tutto il mondo a portata di mano e di click – e guardò rapido, a che punto fossero arrivate le “trattative” per un incontro al vertice con il potente “ nuovo Zar” di Russia, al secolo : Vladimir Putin.
Il magnate americano era un amico di vecchia data dell’”uomo forte” di Russia e, poi, negli ultimi tempi, era stato proprio #TheDonald con il suo grande impero e, a sua volta con tutta la “grande finanza” che conta – quella che in un attimo è in grado di muovere miliardi di dollari di investimenti – in men che non si dica, a tenere a galla la Russia, dopo i ripetuti embarghi voluti sia dall’Onu sia dall’amministrazione dell’odiato presidente “negro”, come era solito etichettarlo Donald J. Trump quando, magari si trovava, nel pieno di qualche cena d’affari oppure, in qualche pausa televisiva dei suoi innumerevoli appuntamenti televisivi con i quali, era riuscito a diventare familiare e popolare per milioni di americani. Non si limitava solo a sbeffeggiare il colore della pelle dell’attuale presidente americano ma, anni addietro, all’epoca del “primo mandato”, (il 2008) era stato uno dei primi, sicuramente il più attivo, nel suonare la carica allo sbandato, depresso partito repubblicano (“il vecchio Gop”, come lo chiamano qui in America sia chi lo ha sempre votato sia chi, e sono milioni, non hanno mai dato il loro voto per un esponente conservatore), riuscendo a indicare la strada con la quale indebolire, giorno dopo giorno, non solo e non soltanto l’esecutivo del “negro” ma lo stesso partito democratico … anche se poi, a ben vedere, qualcuno, in tempi non sospetti e, proprio a ridosso di questi fatti che vi sto narrando; aveva prodotto, inequivocabili dimostrazioni che, almeno per una lontana stagione, il magnate-newyorkese, avesse fatto persino parte dei democratici ma, poi, se ne era andato, capendo all’istante che, in quel partito non c’era alcun spazio per chi avesse in mente di sparigliare le carte… 

Dicevo, appunto, che #TheDonald era stato il primo a far capire ai conservatori (con la bava alla bocca per l’onta subita di essere stati battuti da un “negro”) come mettere in discussione la leadership del politico che aveva riacceso la speranza in tutta l’America, soprattutto quella della comunità afroamericana. Iniziò una campagna durissima. Intraprese una campagna “dell’odio etnico” che mirava a convincere gli americani (quelli che si lasciavano facilmente suggestionare) che Barack Obama, con quel “razza di nome”, diceva nelle prime interviste e apparizioni televisive, in cui sondava il terreno di quel che poi sarebbe accaduto, il semi-sconosciuto Donald Trump : uno dei tanti imprenditori di cui l’America ne è sempre stata costellata “non può essere un vero americano” e subito incalzava la telecamera e, il malcapitato giornalista che lo stava intervistando con epiteti irripetibili “ve lo dico io chi è Obama : è un’impostore. Andrebbe destituito. Non è il vero presidente degli Stati Uniti”.
Questo episodio sognò l’inizio di quel fenomeno che anni dopo, tutti gli analisti e gli esperti di comunicazione hanno chiamato con un nuovo neologismo : era nata la stagione della ‘Post-Verità’. Un nuovo-vecchio modo di “narrare” e di informare : un modo manipolizzante di imporre una “verità di parte”, assolutamente non veritiera ma in grado di fare breccia nell’opinione pubblica, compresa quella americana.

Il collaboratore di Trump stava osservando gli ultimi dati prima di rispondere al grande imprenditore. Passò ancora qualche minuto e, a quel punto #TheDonald, sbottò.

-Allora ce l’abbiamo una data o devo intervenire io?

-No Donald, stiamo attendo che “lo Zar” – così lo chiamavano nel “Clan Trump”, in quel periodo – ci comunichi quando è libero dagli impegni internazionali.

-Ma voi gli avete detto che voglio incontrarlo e che è urgente?

-Certamente!

Non appena l’uomo che curava i rapporti con la Russia disse quella semplice parola, uno dei telefoni portatili di #TheDonald, squillò.

Dall’altra parte della cellula telefonica la voce imperiosa di uno dei suoi tanti avvocati gli stava comunicando qualcosa di molto importante. Quella telefonata lo innervosì. Certo, non lo sorprese poi più di tanto ma, almeno inizialmente, la cosa lo infastidì, in modo indicibile.

I tipi come #TheDonald, imprenditori che muovono miliardi di dollari con i loro affari – quelli che i vari detrattori o peggio gli attivisti che odiano la “grande finanza” chiamano “sporchi capitalisti” – non amano essere colti di sorpresa. Preferiscono di gran lunga avere tutto sotto controllo e, tassativamente, amano avere l’ultima parola, quella decisiva.

Il giovane avvocato alle dipendenze di Trump lo convocò nella loro stanza off-limits.  

Era la stanza-studio dove Donald Trump organizzava i “summit segreti”. I fortunati che potevano metterci piede si potevano contare sulle punte delle dita. 

Con una scusa qualunque, il magnate ordinò il “rompete le righe” di tutti i collaboratori e, essendo quello un venerdì decise di concedere l’intero week-end libero a tutta la squadra.

-Ci rivediamo qui alla base lunedì mattina puntuali alle undici.

Dieci minuti dopo, Trump, si ritrovò nella stanza-studio della “Trump Tower” con tutta la squadra dei suoi legali. Intuì che ci fosse qualcosa di grosso che bolliva in pentola, del resto, non è che non avesse pendenze varie in giro per l’intera America ma, anche se così fosse, pensò tra sé, in quei momenti in cui la riunione non era ancora ufficialmente iniziata; nulla giustificava quella convocazione in fretta e in furia, tanto da fargli disdire tutti gli impegni già presi. 

Quando “Donald” (come lo chiamavano lo stuolo di avvocati che finivano sul libro paga che si onorava del prezioso autografo) si trovava di fronte ai suoi legali era, una delle rare occasioni che concedeva a qualcuno che non fosse lui, di dettare la linea della riunione. In una parola, non era lui il principale artefice del summit. Davanti a quegli “uomini di legge” capiva che doveva rimanere in silenzio anche se poi, a voler guardare in profondità; anche con gli avvocati era sempre #TheDonald a impartire gli ordini. Non del tutto però, capitava che qualche volta, anche il “grande palazzinaro” dovesse, accettare le regole e fare esattamente ciò che gli si chiedeva di fare. 

Mancavano esattamente sei mesi all’inizio della lunga cavalcata elettorale che dopo oltre un anno di sfide e duelli avrebbe condotti tutti a scegliere il nuovo presidente statunitense : colui o colei (si c’era la possibilità che fosse per la prima volta una donna a diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti) che avrebbe preso il posto del “negro”. Finalmente. Si doveva passare prima dalle sfide per la leadership del partito di provenienza – stava spiegando il capo dei suoi legali – ma, in tutta franchezza, Trump, non capiva il perché stavano perdendo del tempo – sicuramente prezioso per qualche affare, in qualche posto d’America – addirittura parlando del “viatico che serve per arrivare a Washington e per entrare dall’entrata principale della Casa Bianca”, disse il grande avvocato, uno dei più importanti di New York. 

Donald Trump, era sempre impaziente quando si trovava catapultato in qualcosa che non era stato né organizzato né pensato da egli stesso, in prima persona. A un certo punto reclamò la possibilità di poter intervenire nella discussione.

Permesso accolto e concesso : in fin dei conti era pur sempre il “boss di tutti” quelli che si trovavano all’interno della stanza-studio, in quella storica giornata, quanto lo fosse, in realtà, non era in grado di saperlo neanche #TheDonald. 

Lo avrebbe scoperto di lì a pochi istanti e la svolta fu proprio alimentata dal suo intervento.

-Spiegatemi cosa sta accadendo : cosa significa tutto questo? Da quando in qua, ci interessa la macchina organizzativa delle elezioni presidenziali?

Rispose il capo del collegio-avvocati di #TheDonald. 

-Donald devi candidarti alle elezioni: il tempo c’è ma, non possiamo perdere neanche un istante. Devi decidere adesso. Ora.

-Che cos’è questo? Voglio saperlo! Se è uno scherzo, sappiate, che non è divertente : ma vi pare a voi che con tutti gli impegni e i progetti che ho, io posso perdere tempo per la politica?

-Non è uno scherzo, Donald – rispose perentorio l’avvocato penalista del magnate.

Non poteva crederci. Non voleva crederci : e poi, quella era una idea che non stava in piedi. 

-Scusate ma che cos’è questa novità?

A quel punto tutta la squadra di legali del magnate-newyorkese si adoperò per spiegare a Trump, il motivo principale per il quale se, avesse accettato di correre prima alle primarie e poi alle presidenziali : le proiezioni in loro possesso, lo davano addirittura vincente.

Ora, neanche per un personaggio sopra le righe come Trump che, apprende, in modo del tutto rocambolesco di dover “scendere in campo per le Presidenziali” poteva lasciare le cose immutate. Come se nulla fosse accaduto. Il fatto era presto spiegato : anche il magnate Donald Trump, non poteva paragonare quel momento, a qualcosa che avesse già vissuto, in precedenza. Ritrovarsi, improvvisamente, come il principale candidato a diventare presidente degli Stati Uniti, non può essere, una “notizia facilmente assimilabile”. 

Digeribile.

Donald Trump è perplesso. Stenta a credere a ciò che ha appena ascoltato dalle voci, tutte illustri del suo collegio di avvocati. 

-Va bene quanto tempo mi resta per prendere una decisione? – chiese il magnate rivolgendosi agli illustri interlocutori, tutti protagonisti delle arene dei tribunali di New York e del resto d’America.

-Al massimo entro la fine di questa giornata la decisione deve essere presa.

-Ma lo sapete che io non faccio parte di nessuno di dei due parti o forse, fate finta di non ricordarlo?

-No, non lo ignoriamo, anzi lo sappiamo benissimo ma credo che sia un problema facilmente risolvibile.

Trump guardò dritto negli occhi il suo legale di punta quello in grado di battere qualsiasi corte. Lo guardava non proprio in modo amichevole. Dal suo punto di vista, qualcosa, non tornava. Come poteva accadere che, da un giorno all’altro, lui, Donald Trump, potesse essere addirittura il candidato vincente delle prossime elezioni?

-Dimmi esattamente cosa sta accadendo? Cosa è successo per indurvi a venire qui da me, oggi, e, uscirvene con questa storia ridicola?

-Senti Donald la situazione è questa : tu sei l’unico in grado di fermare i democratici e il loro folle piano di portare alla Casa Bianca quella “corrotta” di Hillary Clinton!

-D’accordo risparmiami la favoletta. Non ne ho voglia di buttare milioni e milioni di dollari in una cosa senza senso.

L’avvocato a quel punto decise di rompere gli indugi.

-C’è bisogno di una svolta. Bisogna cambiare tutto. Bisogna stravolgere tutto. Farla finita con i migranti, i musulmani, i negri. Bisogna fermare la follia della politica della globalizzazione.

Quelle parole fecero capire a Donald che non aveva margine di manovra : doveva fare lo sforzo di buttarsi nella mischia e, il resto sarebbe arrivato di conseguenza.

-Va bene sono pronto se questo serve a invertire la rotta. 

L’avvocato fece un giro di telefonate, giusto il tempo che Donald riuniva parte della famiglia per dare la “notizia sconvolgente”.

-Ancora una cosa, Donald : ti candiderai con il Gop, il partito repubblicano – disse l’uomo di legge, alle strette dipendenze di Trump.

-Certo mi sembra l’unica cosa saggia che è stata detta fino a questo momento.

La risposta irritò l’avvocato che lo riprese duramente.

-Non pensare sia un gioco, Donald, perché non lo sarà! Sarà durissima, non penserai che si diventi presidente degli Stati Uniti senza metterci tutte le energie indispensabili per vincere … Perché tutto questo, ha un senso solo se vincerai … Mi sono spiegato, Donald?

-Perfettamente!

Mesi dopo, Donald, stava ripensando a quel lontano giorno e ora che era nel pieno dell’agone politico per la conquista del vecchio Gop e poi di guadagnarsi il diritto a giocarsi la possibilità di prendere possesso della Casa Bianca, il luogo dove si poteva guardare tutti dall’alto al basso : una cosa che gli era sempre piaciuta; in lui c’era un ghigno di soddisfazione, soprattutto se “quella certa cosa” che gli era stata promessa dagli uomini di punta dello staff che lo avrebbe portato, in pompa magna sul ponte di comando. 
La telefonata che tutto il “Clan Trump” stava attendendo arrivò puntuale : l’incontro segreto tra i vertici di Putin e quelli di Donald, si sarebbe fatto, a poche settimane dal voto di novembre.

  

Colloquio tra Trump e Putin…

Interno della suite esclusiva della Trump Ocean Club International Hotel & Tower di Panama : i due staff si danno appuntamento ventiquattro ore prima dell’incontro al vertice tra gli amici di vecchia data, Donald Trump e Vladimir Putin. Per l’occasione, il magnate da disposizione che, il suo hotel di super-lusso fosse chiuso al pubblico, in modo che entrambi i personaggi potessero parlare senza intralci e problemi.
Nella giornata che precedette il summit segreto, uomini della sicurezza privata, alle strette dipendenze di #TheDonald e, quella dei servizi segreti russi si trovano già a Panama. Il lavoro non manca. Bisogna setacciare praticamente ogni metro quadro per cercare di prevenire se, ci fosse qualche male intenzionato; qualche nemico giurato di dei “uomini in vista” e, se, in ultima analisi – lungo il percorso – ci fosse la presenza di qualche cimice o peggio di qualche ordigno pronto a brillare al passaggio del lungo cordone di macchine a vetri scure e di rappresentanza.

Panama, ore 10 del mattino : inizia ufficialmente il colloquio segreto tra Donald Trump e Vladimir Putin. 

-Benvenuto Vladimir – esordì il magnate piuttosto di buon umore e completamente a suo agio con il potente ospite. 
-Buongiorno Donald : è sempre un piacere ritrovarti e poi, devo ammetterlo, adoro venire qui a Panama.

-Lo sai sei sempre il nostro ospite di riguardo.

Entrarono subito nel cuore del discorso e del motivo per cui si erano dati appuntamento a ridosso del voto elettorale americano. Come era facilmente intuibile, quello, per #TheDonald, è un periodo di grandi impegni, praticamente non si fermava mai, nel suo dispendioso impegno di visitare, in lungo e in largo, quella parte di America che, a detta del magnate, era stata colpevolmente “messa da parte” dal Partito Democratico statunitense e, ora, questa stessa America reclamava attenzione e soprattutto, volevano tornare a “far sentire la loro voce”. 

Arrabbiata. Disperata. Una voce ostile.

A rompere gli indugi fu il presidente russo.
-Caro Donald ascoltami bene. La proposta che ti sottopongo se verrà accettata avrà dei vantaggi per tutti.

-Ti ascolto dimmi pure.

-Non sto qui a menarla troppo per le lunghe sul problema degli embarghi per il mio paese e per le sanzioni decise in seno all’Onu ma, se tu vorrai seguirmi allora, possiamo ribaltare tutto. Creando i presupposti per un “Nuovo Ordine Mondiale”.

Trump non si scompose. Sapeva esattamente quale fosse il “codice comportamentale” con il “nuovo Zar di Russia”. Consisteva in due semplice mosse. Bisognava stare in silenzio e ascoltare poi, eventualmente, se si veniva interpellati, allora e solo in quel preciso istante, si aveva la facoltà di poter prendere la parola.

Valeva anche per Donald Trump. 

Il magnate dunque si mise in una condizione di attesa e, nel frattempo, ascoltò attentamente il discorso-lezione di Vladimir Putin. 

A differenza di altre occasioni, l’”uomo forte” di Mosca, era in vena di fare clamorose rivelazioni. Come suo solito dava l’impressione di avere tutto sotto controllo ma quella, in realtà, non era una semplice impressione : esattamente era la realtà dei fatti.

-Insieme possiamo fare grandi cose. Nessuno sarà in grado di opporsi alle nostre decisioni, neanche quelli delle Nazioni Unite. Il passaggio fondamentale – disse a bruciapelo il presidente russo – sarà la tua elezione a presidente degli Stati Uniti. 

L’aria della suite di super-lusso dell’Hotel del magnate-newyorkese venne come squarciata da quelle parole – molto impegnative – appena pronunciate da Putin.

-Tu ti insedierai alla Casa Bianca con relativa facilità, non preoccuparti e, a quel punto possiamo dare inizio al grande “Risiko internazionale”. 

Nulla sarà più come prima.

Trump sembrava sinceramente impressionato dalle parole dell’illustre (e potentissimo) ospite ma, fu abile a non commettere errori. 
-La prima mossa da fare è quella di procedere con una serie di annunci che mirano al “Protezionismo” in campo economico … In questo modo farai capire all’elettorato che ti occuperai degli americani. Degli ultimi. Di quelli che hanno perso il lavoro. Questo di consentirà di avere “mani libere” nel far capire che l’America, d’ora in avanti guarderà principalmente in casa sua. Alle sue aziende. Alla sua economia. 

Incredibilmente – constatò Trump – quelle parole e quel programma d’intenti era quello che gli era stato suggerito dagli uomini più vicini al suo entourage. 

Era l’inizio di una nuova éra.

Il presidente russo era un “fiume in piena”. Ormai stava tenendo la sua personale “lezione magistralis” da più di due ore e, da qualche minuto stava trattando il delicato argomento della “geopolitica internazionale”. 
-Appena diventerai il nuovo presidente americano nascerà un asse inedito tra Mosca e Washington. Qualcosa che non si è mai visto. Tu detterai la nuova linea mentre io risolvo le annose questioni medio orientali. Mentre tu sei impegnato a ricostruire i rapporti con Tel Aviv, io insieme a Erdogan mettiamo “ordine” in Siria e in Iraq. 

A quel punto Trump fu invitato a intervenire nella discussione.

-Concordo in pieno c’è bisogno di un “nuovo Ordine Mondiale” tuttavia, dobbiamo creare i presupposti per far partire il programma – propose il grande imprenditore, nato a New York.

-Certamente. Abbiamo bisogno di un appiglio e di sottoscrivere un’alleanza segreta tra noi che ci leghi indissolubilmente, uno all’altro.

Era il prologo finale. Sarebbero passati soltanto alcuni istante, poi, Putin avrebbe scoperto del tutto le sue carte. A quel punto, la decisione sarebbe finita tra le mani di Trump. A lui spettava l’ultima parola.

-La Russia e io, Vladimir Putin, daremo un supporto decisivo alla tua vittoria elettorale alle prossime elezioni presidenziali ma, dobbiamo procedere con il “Piano di chiusura delle Nazioni Unite”. Se tu accetti saremo in grado di creare una nuova organizzazione che si occuperà di riportare “ordine e disciplina nel mondo”.

-Si questo è anche il nostro obiettivo e lo annunceremo direttamente dal “Trump world Tower”, il mio grattacelo alto 262 metri e che è composto da 72 piani. Si trova esattamente nello stesso quartiere delle Nazioni Unite. Ho sempre pensato che la sede ONU non incida più come una volta. Sono per chiuderla perché è una perdita di tempo. E io detesto perdere tempo.

L’alleanza era stata sancita e, mentre il mondo intero ignorava tutto quello che era stato stabilito, ora, i due grandi uomini-amici stavano affrontando un argomento delicato : la Cina. 

Non era un mistero per nessuno che Mosca, da molti anni, non aveva un vero e proprio “feeling diretto” con Pechino e, tutto sommato, non si opponeva (in via di principio) all’asse che si andava prefigurando tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud in chiave anti-cinese e contro, l’altra Corea, quella del Nord considerata sia da Putin sia a maggior ragione da Trump “una seria minaccia sul piano della guerra nucleare” sbandierata ai quattro venti dal leader Kim Jong-un, praticamente ad ogni occasione.

-Non resta che brindare – disse in modo cerimonioso e ufficiale il presidente russo – Brindo al nuovo Presidente degli Stati Uniti, brindo a Donald Trump!

A questo punto era la volta di Donald Trump di scoprire (per intero) le carte in suo possesso. Sapeva esattamente cosa dire e come dirlo davanti a Putin, in pratica, dalle retrovie del “Clan Trump” era stato ben catechizzato da personaggi molto in vista e, che a elezioni vinte, avrebbero fatto parte della sua amministrazione. 

-Ci vuole mano ferma e noi l’avremo – esordì #TheDonald in quello che, a tutti gli effetti, poteva considerarsi il vero “discorso di investitura” davanti e al cospetto dello sponsor più in vista : il “nuovo Zar di Russia” – Abbiamo le idee chiare di chi dovremo colpire. Migranti. Musulmani e nemici dell’America e del nostro profitto economico. Non consentiremo più a nessuno di fare ciò che vogliono. Renderemo l’America ordinata e daremo spazio e consensi ai bianchi. Nessuno potrà mettersi di traverso.

Non c’erano dubbi : Trump e Putin sapevano parlare la stessa lingua quella autoritaria e anti-democratica.

-Dal punto di vista della politica estera, la “Mia America” non si occuperà più di Medio Oriente ma tuttavia, chi non si sottopone ai “nostri dettami” dovrà pagarne le conseguenze. Anche la Cina. Anche l’Europa che non potrà più venire in America a vendere le proprie merci senza pagare dazi di entrata. Ma soprattutto nei primi cento giorni ci occuperemo subito di “espulsioni di massa” per gli immigrati clandestini – disse in crescendo un Trump perfettamente calato nella parte del “nuovo uomo forte d’America” – e, nei passi successivi ci occuperemo di Messico e della chiusura delle Nazioni Unite. 

E’ finita per tutti,

“l’era della pacchia”…

*Questo è un racconto di pura fantasia scritto da Bob Fabiani. 

Scritto da Bob Fabiani

Foto fonte: Wikipedia.
               

Lo Staff Presidenziale di Donald Trump

E’ tutto pronto in seno alla squadra che dovrà accompagnare #TheDonald nella sua avventura alla Casa Bianca. 

Ecco tutti gli “uomini del Presidente”, come recitava di un famoso film dedicato alle “questioni presidenziali”.

Mike Pence:

Vicepresidente. Favorevole alla privatizzazione della previdenza sociale, contrario all’uguaglianza dei diritti per gay e lesbiche.

Rex Tillerson:

Segretario di stato. Amministratore delegato Exxon – che ha lasciato dopo 42 anni e, con una buonuscita da 180 milioni. La compagnia petrolifera da lui guidata è la più grande del settore, in tutto il mondo e uno dei principali investitori stranieri in Russia. Vladimir Putin gli ha conferito personalmente l’ordine dell’amicizia, una delle massime onorificenze russe. 

Steven Mnuchin:

Guiderà il Tesoro. Produttore di Hollywood, per 17 anni alla Goldman Sachs. Ha accumulato miliardi di dollari durante la crisi immobiliare del 2008. 

James Mattis:

Titolare della Difesa. E’un generale in pensione, ha avuto un ruolo fondamentale in Iraq. Ha detto: “E’ divertente sparare a certa gente”. Soprannome che gli hanno dato i suoi soldati dopo la battaglia di Falluja : Mad dog.

Jeff Sessions:

Promosso alla guida della Giustizia. Ha dichiarato che i migranti sono un danno per i lavoratori statunitensi e chi è senza documenti dovrà “autoespellersi”.

Wilbur Ross: 

Commercio. E’ un miliardario, specializzato nel prendere in prestito soldi per comprare aziende sull’orlo della bancarotta. E’ stato definito “re del debito”.

Andrew Puzder:

Lavoro. Amministratore delegato di una catena di fast food. La sua azienda è stata accusata di violazione dei diritti dei lavoratori e di pubblicità sessiste.

Tom Price 

Sanità Ex medico, senatore, ha promesso di smantellare l’Obamacare. E’ contrario a ogni forma di copertura sanitaria per chi abortisce. Ha chiesto che i feti siano protetti dalla costituzione.

Besty De Vos:

Istruzione. Presidente dell’American foundation for children, un gruppo contrario ai fondi per le scuole pubbliche.

Michael Flynn:

Consigliere per la sicurezza nazionale. Altro generale in pensione voluto a tutti i costi dal presidente eletto. Sostiene che l’islamismo è un “cancro feroce” che va estirpato dal corpo dei musulmani. 

Rick Perry:

Guiderà il dicastero dell’Energia. Ex governatore del Texas. Nel 2012 voleva abolire il dipartimento che oggi è stato chiamato a dirigere.

Scott Pruitt: 

Agenzia per la protezione ambientale. Ha guidato le battaglie legali contro le iniziative di Obama in difesa dell’ambiente. Ha messo in discussione il cambiamento climatico. 

Linda McMahon:

Small business administration. E’ stato a capo di una grande azienda che si occupa di wrestling. Ha donato più di 6 milioni di dollari per la campagna elettorale di Trump. 

Mike Pompeo:

Guiderà la Cia. Ha chiesto al congresso di reintrodurre le intercettazioni di massa e un rafforzamento delle capacità di sorveglianza degli Stati Uniti.

Jay Clayton:

Guiderà la Sec. E’ uno dei vecchi lupi di Wall Street, avvocato che ha difeso i colossi finanziari come Goldman Sachs e Barclays, voluto a tutti i costi da Trump. Questa scelta è una beffa per tutti gli elettori che hanno pensato (e creduto) che #TheDonald fosse il presidente che avesse un occhio di riguardo per i lavoratori bianchi e impoveriti dalla crisi finanziaria prodotta proprio da quei colossi un tempo, difesi, strenuamente dall’avvocato. 
(Fonte.:politico;cnn;washingtonpost;thenation;usatoday;theguardian;nytimes)

Link

-www.politico.com/blogs/donald-trump-administrations/donald-trump-cabinet-memberslist-of-choices-picks-and-selections-so-far;

-edition.cnn.com/politics:

-https://www.washingtonpost.com/world/national-security/us-intercepts-capture-senior-russia-officials-celebrating-trump-win;

-www.thenation.com;

-www.usatoday.com;

-www.theguardian.com/technology/russia-election-hacking-hearing-congress;

-www.nytimes.com;

-trumpsworldtower.com;

-https://www.trumpshotels.com/panama

Scritto da Bob Fabiani

-bobfabiani.blogspot.com;

-twitter:@BobFabiani;

-facebook.com/profile/Bob Fabiani

      

 

                                                 

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